Bernard-Henri Lévy

Contributi al dibattito politico e culturale

Il video shock di Ahmadinejad «La nostra rivoluzione è planetaria»



«Un vero discorso di ispirazione fascista-messianica, perché seppur in modo diverso dal nostro in Europa quel mélange di culto della forza e di ossessione della purezza altro non è: fascismo». «Un chiaro annuncio del progetto di rivolgimento planetario e di esportazione della rivoluzione islamica nel mondo: terrificante». Bernard-Henri Lévy, noto filosofo e intellettuale francese, impegnato in politica nonché reporter, non ha dubbi sull'importanza del video appena uscito clandestinamente dall'Iran e di cui è venuto in possesso.

«Un documento straordinario» che riprende il presidente Mahmoud Ahmadinejad mentre arringa, con voce sommessa, una quindicina di religiosi iraniani in turbante bianco o nero, alla presenza del suo mentore, l'ayatollah oltranzista Mesbah Yazdi. «Ho deciso di mettere quel filmato sulla mia pagina di Facebook — spiega Lévy al Corriere — perché la gente deve sapere. E perché i giovani e l'opposizione in Iran non vanno lasciati soli in questo momento. È un atto di solidarietà come cittadino, anche se non so chi l'abbia ripreso, nè chi l'abbia inviato». Nel video, oltre dieci minuti di audio e immagini scadenti, probabilmente filmato di nascosto con il telefonino da un partecipante, Ahmadinejad sussurra con voce e occhi bassi rivolgendosi ai «cari» invitati, seduti a un tavolo ingombro di fiori e microfoni. Dice di essere a Qom, la città santa sciita dove risiede e predica Mesbah Yazdi (e molti altri ayatollah anche dell'opposizione, come Ali Montazeri o Yousef Sanei). Ringrazia i presenti per i «servigi» offerti, dice che questi serviranno a preparare finalmente una «grande vittoria, perché i tempi sono propizi». «Non sappiamo quando sia avvenuto l'incontro ma penso che fosse il 13 giugno, all'indomani delle elezioni — dice Lévy —. Quel ringraziamento riguarda i brogli che hanno hanno consentito al presidente di "vincere", anche se qualcuno tra i miei amici iraniani pensa sia precedente al voto e che il grazie sia invece per la preparazione delle elezioni truccate. Ma se i tempi sono ambigui, non lo è il resto: la "grande vittoria" di cui parla Ahmadinejad è la futura esportazione della rivoluzione islamica nel mondo che il presidente sogna da tempo. Un progetto terrificante. Un video che fa ancora più impressione di quelli sulle proteste a Teheran».

Nel consueto mix di Corano e politica, toni profetici e apparente umiltà, Ahmadinejad si dice in effetti certo che «la rivoluzione islamica ha ormai trovato la sua strada e un grande rivolgimento è iniziato: avrà dimensioni planetarie poiché il mondo ha sete di cultura musulmana, come diceva sempre l'Imam Khomeini». Il movimento, di cui lui si dice «solo uno dei partecipanti», ha una «forza immensa». «E se qualcuno pensa che l'organizzazione o le forze armate a nostra disposizione non siano sufficienti — continua Ahmadinejad sussurrando monotono — ebbene si sbaglia, poiché la logica comune non si applica a movimenti come questo, sostenuti dalla volontà e dalla misericordia divina». Se da un lato Ahmadinejad si dichiara certo del «sostegno di Dio», dall'altra chiede però ai presenti di fare il possibile per rafforzare il movimento: «Bisogna mobilitare tutti i potenziali intellettuali e manager per realizzare la legge e la giustizia dell'Islam e instaurare una società sul modello islamico nella nostra cara patria», dice, convinto come Yazdi che lo spirito della Repubblica Islamica in Iran si sia perso, e che prima di esportare la rivoluzione nel mondo si debba far pulizia in casa. Poi parla del popolo iraniano «che nel suo insieme non è malvagio» anche se «chi si basa su analisi e non su Dio non è certo un illuminato», e se «tutti quei giovani cresciuti in casa e a scuola non sanno niente dei grandi avvenimenti. Che noi, umani e maturi invece conosciamo». Discorsi che preludono a un golpe, come qualche commentatore iraniano su siti e forum sostiene?, chiediamo a Lévy. «Non saprei, difficile dirlo — risponde lui —. Ma di certo so che il regime è condannato. Se cercate in archivio gli articoli che il filosofo Michel Foucault scrisse proprio per il Corriere della Sera nel 1979, vedrete che dall'inizio delle proteste alla caduta dello Scià passò un anno. Ci volle del tempo allora, ce ne vorrà adesso. Ma alla fine accadrà».

Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera, 26.06.2009

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Video: Appello alla gioventù iraniana





Qualunque cosa accada, nulla sarà più come prima a Teheran. Qualunque cosa accada, che la protesta divampi incontrollata o al contrario segni il passo, che finisca per trionfare o si estingua, terrorizzata dal regime, colui che d'ora in poi non merita altro che l'appellativo di presidente non eletto, Ahmadinejad, è destinato ad essere un presidente da strapazzo, illegittimo, in declino. Qualunque cosa accada, qualunque sia l'esito della crisi scoppiata quindici giorni fa per lo scandalo di una frode elettorale di cui non si può più seriamente dubitare, nessun dirigente iraniano oserà comparire sul palcoscenico mondiale, né presentarsi ai negoziati con Obama, Sarkozy, Merkel, senza essere circondato non già dall'aureola di luce sognata da Ahmadinejad, come disse durante il suo discorso alle Nazioni Unite nel 2005, bensì dalla nube sulfurea che appesta gli imbroglioni e i macellai. Qualunque cosa accada, l'ayatollah Khamenei, successore di Khomeini e, a tal titolo, guida suprema del regime, sarà costretto ad abbandonare il suo ruolo di arbitro, per essersi sfacciatamente schierato per una fazione contro le altre e avrà pertanto perso, anche lui, quel che restava della sua autorità: «Solo Dio conosce il mio voto», aveva ribattuto con prudenza, quattro anni fa, a quanti lo invitavano sin d'allora a denunciare i brogli. «Nel nome di Dio misericordioso, mi impegno a imbavagliare, massacrare e sciogliere ogni assembramento» ha risposto stavolta agli ingenui che si immaginavano che fosse lì per far rispettare la Costituzione. Qualunque cosa accada, il blocco degli ayatollah oggi ha messo in bella mostra le feroci divisioni che lo lacerano: da una parte, quelli che spalleggiano Khamenei e approvano la decisione di soffocare il movimento nel sangue; dall'altra, quelli che minacciano, come l' x presidente Rafsanjani, capo della potentissima Assemblea degli esperti, l'eruzione di un vero e proprio vulcano di rabbia, se non si terrà conto dell'ondata di proteste; e altri ancora, come il grande ayatollah Montazeri, confinato agli arresti domiciliari a Qom, che invoca il riconteggio dei voti e il lutto nazionale per le vittime della repressione. Per non parlare poi dei vertici religiosi dell'«Ufficio dei seminari teologici», che non temono più di formulare l' ipotesi, ieri ancora sacrilega, di dimissionare Khamenei per sostituirlo con un «Consiglio di guida». Qualunque cosa accada, e al di là delle schermaglie di apparato, il popolo si sarà per sempre dissociato da un regime dal fiato corto e colpito al cuore. Qualunque cosa accada, una gioventù che si credeva convertita ai principi dell' islam politico e che, stando ai resoconti, appena un mese fa, al ritorno da Ginevra di Ahmadinejad, pare avesse riservato al presidente non eletto un' accoglienza trionfale, questa gioventù ha già proclamato a gran voce di vergognarsi di un simile presidente. Qualunque cosa accada, ci saranno a Teheran, a Tabriz, a Isfahan, a Zahedan, a Ardebil, milioni di giovani che nel breve spazio di qualche giorno saranno diventati più grandi dei loro anni, come il timido Mousavi, e avranno compreso che si poteva sfidare un potere con le spalle al muro a mani nude, senza provocazioni né violenze. Qualunque cosa accada, si è verificato un avvenimento straordinario, il miracolo di un' insurrezione popolare che, nelle presenti circostanze, forte del suo mimetismo cieco e quasi inconsapevole di sé, come l' Angelo della Storia, pensa di andare in avanti mentre, in realtà, si guarda indietro. Un avvenimento che sembra riproporre, ma al contrario, le scene descritte trent'anni fa nelle stesse strade, da un Michel Foucault lontanissimo dall' immaginare che la vera rivoluzione era ancora a venire e che sarebbe stata l'opposto esatto di quella da lui narrata. Qualunque cosa accada, nel calore delle manifestazioni pacifiche si è forgiato un corpo politico che incarna un attore nuovo che fa il suo ingresso in scena e senza il quale non sarà più possibile scrivere la storia successiva della nazione. Qualunque cosa accada, il bel viso di Neda Soltani, uccisa a bruciapelo lo scorso sabato per mano di un sicario dei Basij, come pure le immagini dei ragazzini pestati a morte dagli squadroni dei guardiani della rivoluzione e degli acrobati in motocicletta, i video dei cortei sconfinati, impressionanti per la calma e la dignità, avranno fatto grazie a Twitter il giro del cyberpianeta e pertanto del mondo intero. Qualunque cosa accada, il re è nudo. Qualunque cosa accada, il regime degli ayatollah è condannato, a breve o lungo termine che sia, a scendere a patti o a scomparire. Si dimentica sempre che l' altra rivoluzione, la prima, quella che trent' anni fa mise in piedi questo nazional-socialismo all' iraniana, durò quasi un anno intero: perché mai dovrebbe essere altrimenti per questa di oggi, democratica, rispettosa della legalità, che muove i primi passi? La terra trema a Teheran e scommetto che siamo solo all' inizio.
(traduzione di Rita Baldassarre)

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Con il popolo iraniano, come non mai

Enorme truffa elettorale o no?

Nuova forma di colpo di stato o no?

E come interpretare queste strane elezioni i cui risultati sono stati annunciati dalla stampa legata ai servizi segreti e alle milizie filogovernative ancor prima che gli scrutini fossero terminati? Vista l’assenza di osservatori internazionali, visto che gli scrutatori inviati dagli oppositori di Ahmadinejad sono stati cacciati dai seggi a colpi di manganello, e considerato il clima di terrore in cui le elezioni si sono svolte, è difficile pronunciarsi con certezza. Ma tre cose, ad ogni modo, restano certe.

La prima è che queste elezioni sono state democratiche solo in apparenza. Mir Hossein Moussavi, il principale rivale di Ahmadinejad, è anche lui figlio del sistema. A proposito del “diritto” dell’Iran al nucleare, le sue posizioni non differiscono di molto da quelle di Ahmadinejad. Inoltre, interrogato sulle dichiarazioni negazioniste dell’avversario, Moussavi non ha esitato a dichiarare: “Ammettendo che ci sia stato lo sterminio degli ebrei in Germania (si noti la sottigliezza di quell’ammettendo che...), cosa avrebbe esso a che fare con il popolo oppresso della Palestina, vittima di un olocausto a Gaza (questo dice tutto...)?”. In altre parole, non ci troviamo di fronte ad un Gorbaciov iraniano. L’uomo che possa osare una vera perestroika resta inconcepibile, e inesistente, in una repubblica islamista ad oggi più blindata che mai. E gli osservatori che commentavano l’"alternativa" proposta da un uomo, Moussavi appunto, già primo ministro di Khomeini, oltre che direttore onnipotente dell’equivalente iraniano della Pravda, peccavano per ingenuità - un po’ come quelli che, ai tempi della trionfante Unione Sovietica, discettavano sulle impercettibili lotte tra fazioni in seno a un apparato maestro, anch’esso, nell’orchestrare la propria commedia. È un dato di fatto.

L’altro fatto certo, peraltro, è il desiderio di cambiamento di una parte non indifferente, forse addirittura maggioritaria, della società iraniana. Gli elettori esasperati che vediamo, da domenica, sfidare i paramilitari delle milizie... Le donne che, a Teheran ma anche a Isfahan, Zahedan e Shiraz, reclamano l’uguaglianza dei diritti... I giovani, collegati tutto il tempo alla Rete e che hanno fatto di Facebook, di Dailymotion e del sito “I love Iran” il teatro di una guerriglia ludica ed efficace... I conducenti di taxi, araldi della libertà di espressione... Gli intellettuali... I disoccupati... I mercanti dei bazar in rotta contro un governo che li manda in rovina... In breve, i ribelli contro gli imbroglioni. I blogger e i burloni contro i sepolcri imbiancati dell’apparato militare islamista. L’autore anonimo della battuta che, rimbalzata tramite sms su milioni di cellulari, a quanto pare diverte i manifestanti: “Perché Ahmadinejad si pettina con la riga in mezzo? per separare i pidocchi maschi dalle femmine”... Tutti costoro hanno votato per Moussavi. Ma senza farsi illusioni. In mancanza di meglio. Come i polacchi di Solidarnosc che, negli ultimi anni del comunismo, autolimitavano la loro rivoluzione in attesa di vedere il regime autodistruggersi e sparire.

La terza certezza, infine, è che l’iniziativa, all’improvviso, torna più che mai nelle mani delle democrazie. Delle due l’una, infatti. O vincono i partigiani della realpolitik, ci rassegniamo davanti al presunto verdetto delle urne e ratifichiamo il peggio, come quel ministro degli Affari esteri francese che, nel 1981, al momento del colpo di Stato contro Solidarnosc, pronunciò il suo famoso “Sia chiaro che noi non faremo nulla”. Oppure, davanti a un Paese diplomaticamente isolato, davanti a un regime nella cui caduta sperano, più o meno esplicitamente, tutti gli Stati confinanti, davanti ad un’economia esangue incapace persino di raffinare il proprio petrolio, decidiamo di ricorrere ai mezzi che abbiamo a disposizione e che sono molto più numerosi di quanto si pensi.

Eviteremo così la doppia catastrofe che sarebbe, da un lato, l’inasprimento della repressione, forse addirittura un bagno di sangue a Teheran, e, dall’altro, l’inevitabile rafforzamento di uno Stato jihadista che rappresenterebbe un terribile pericolo per il mondo, dotato com’è di un arsenale nucleare che -non ne ha mai fatto mistero- non esiterebbe a mettere immediatamente al servizio dell’Imam nascosto e della sua apocalittica riapparizione.

Da queste tre certezze, prese insieme, scaturisce un obbligo chiaro: fare di tutto per aiutare e rafforzare la società civile iraniana in rivolta. L’abbiamo fatto, un tempo, con l’URSS. Abbiamo finito col comprendere, dopo decenni di vigliaccheria, che, giunto ad un certo stadio di putrefazione, il totalitarismo traeva la propria forza solo dalle nostre debolezze. E noi abbiamo saputo organizzare catene di solidarietà con coloro che venivano definiti dissidenti e che alla fine trionfarono sul sistema. In Iran esiste l’equivalente di quei dissidenti. Questi sono persino -lo stiamo scoprendo in queste ore- infinitamente più numerosi e potenti. E’ loro che occorre sostenere. E’ loro che bisogna incoraggiare. La “mano tesa” di Obama? Possa essa essere anche tesa in direzione di questa gioventù, onore di un popolo che ha dato i natali ad Avicenna, Razi, al-Ghazali, Rumi e tanti altri. È questa la posta in gioco.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 18.06.2009
(traduzione di Daniele Sensi)

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Perché commemorare i morti della Shoah

Non bisogna lasciare, si chiedono taluni, che i morti seppelliscano i morti e che l' oblio, il buon oblio, cicatrizzi le ferite del passato? Certo che sì. Del resto nulla è più conforme ai comandamenti della Torah dell'ingiunzione evangelica di seppellire subito, una volta per tutte, i morti. Salvo… Sì, salvo quando si tratta di morti non ancora, appunto, seppelliti. Salvo quando si tratta di morti la cui stessa morte implicava che fosse senza tomba. Salvo quando si tratta di morti di cui era previsto che non lasciassero traccia in alcun luogo. Allora, sì, spetta ai vivi essere le tombe viventi di quei morti. E allora sì, in via eccezionale, è dovere dei sopravvissuti portare in sé il ricordo dei padri che, per sempre, avranno l'età dei propri figli. Noi siamo le tombe dei nostri padri... Quei morti, quei poveri morti, hanno grandi dolori... Sono parole di Baudelaire. È il caso della Shoah.

Quel crimine, dicono ancora alcuni, fu un grande crimine. Ma cosa vi fa dire che sia più grande di altri? e perché, nel susseguirsi di crimini che è la storia degli uomini, questo posto d'eccezione? Non si tratta di questo, naturalmente. E nulla è più estraneo alla tradizione ebraica dell'idea di stabilire, fra i morti, una qualsiasi gerarchia. Salvo che lì si verificò un evento senza precedenti. Ovvero un progetto di messa a morte che non solo implicava l'assenza di tracce, ma anche l'impossibilità per le vittime di trovare un luogo, uno solo, dove sottrarsi ai carnefici. Le vittime degli altri genocidi potevano, in teoria, avessero trovato asilo in un Paese vicino, sfuggire agli assassini. Nessuna via d'uscita per gli ebrei. L'Europa intera e presto, in teoria, tutto il mondo, a mo’ d’immensa trappola. Uno sterminio - è questa la sua singolarità - che, poiché non prevedeva "resto", superstiti, non lasciava via di scampo.

La nozione di sterminio senza “resto”, è importante per un'altra ragione, concreta, e questa ragione è Israele. Perché, di nuovo, si sente dire: "sì, d'accordo, un crimine; sì, a rigore, un crimine singolare; ma perché si sono dovuti installare i superstiti della tragedia nell'unica parte del mondo che non partecipò al crimine e che è il mondo arabo?". Di nuovo, la risposta: è il mondo stesso che si fece trappola; non ci fu una sola parte del mondo in cui non soffiò il malvagio vento di quella morte; e il mondo arabo non fu da meno nel progetto di sterminio totale. Noi abbiamo, oggi, tutte le informazioni sulla questione. Abbiamo le Memorie del Gran muftì - hitleriano - di Gerusalemme. Abbiamo i lavori degli storici che raccontano di come la legione SS araba aspettasse, dietro l'esercito di Rommel, il momento di attaccare, sterminare gli ebrei già insediati in Palestina. Sappiamo, in altre parole, che il nazismo fu un'ideologia mondiale che conobbe versioni nazionali e, in particolare, una versione araba – ed anche per ricordare tutto ciò serve commemorare la Shoah.

Scrivo queste righe il 20 aprile 2009. Per fissare questa commemorazione si sarebbe potuto scegliere il giorno dell'apertura dei campi. O quello della Conferenza di Wannsee. O qualsiasi altro giorno che testimoni il martirio degli ebrei. Invece no. È stato scelto il 27 nisan del calendario ebraico -quest'anno, il 20 aprile, e dunque l'anniversario dell'insurrezione nel ghetto di Varsavia. E negli aspri dibattiti che presiedettero a tale scelta, questo dettaglio non sfuggì certo a nessuno. Cosa significava? Che si voleva infrangere il luogo comune di un popolo che va a morire come le bestie al macello. Che si volevano celebrare episodi eroici come le rivolte di Sobibor, di Birkenau, di Treblinka. Che si voleva cioè commemorare un massacro, ma anche una resistenza. Per me, che sono figlio non di un deportato, ma di un resistente, questa volontà è essenziale. Essa invita a ricordare che c'è sempre una possibilità, persino nella notte più nera, di insorgere e di sperare.

Un'ultima parola. Poiché parliamo di calendario, è invece per puro caso che si sia aperta, lo stesso giorno, la conferenza "antirazzista" di Durban II. E di nuovo si sono levate alcune voci per dire: "non temete, tenendo lo sguardo fisso sui vecchi genocidi, di non scorgere quelli che avvengono qui, adesso, sotto i vostri occhi?". Ebbene, nessun timore. Poiché, oltre al fatto che suddetta conferenza si è tramutata (ci tornerò sopra) in una carnevalata, oltre al fatto che essa è servita a quel criminale di Ahmadinejad (tornerò pure su questo) per infangare il bel concetto di antirazzismo, io capovolgo la domanda. Perché le istituzioni votate al ricordo della Shoah si sono mobilitate, tutte, per il Darfur? Perché i primi ad aver capito quel che succedeva in Ruanda furono coloro, ebrei o non ebrei, che avevano a cuore la Shoah? Perché, quando il mondo chiudeva gli occhi sul massacro dei musulmani di Bosnia, a suonare l'allarme furono uomini che un solo pensiero avevano in comune, il "mai più" di Auschwitz? Non erano più informati di altri. Avevano giusto una bussola. Una scala del male e del peggio. Una sorta di radar che segnalava, ogni volta, la prossimità della Bestia e il suo caratteristico profumo. È questo, il ricordo della Shoah. Ed è per questo che bisogna commemorarla.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 23.04.2009
(traduzione di Daniele Sensi)

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Barack Obama, l'Europa e la questione pakistana

Ancora una volta, Obama mantiene la parola. Colui che, quasi cinque anni fa, quando era soltanto il giovanissimo senatore dello stato dell’Illinois, già spiegava come il problema numero uno non fosse l'Iraq ma il Pakistan, venerdì scorso ha ben precisato la propria strategia nei confronti del “paese dei puri”. E quanto ci dice non solo conferma ciò che all’epoca era solo l’intuizione di un giovanissimo uomo, ma costituisce una catena di proposte ben formulate, di una solidità che non fa una piega, e che rompono, tutte, con quello che rimarrà il più enorme degli errori strategici degli anni Bush.

Prima proposta. Il Pakistan costituisce, più dell'Iraq dunque, più del Medio Oriente, ed anche più dell'Iran di Ahmadinejad, il vero buco nero che la diplomazia internazionale dovrà affrontare. È lui la retrovia di Al Qaeda. È lui il vivaio del terrorismo più fanatico. E questo non è vero né ai margini (le famose “zone tribali” tra Afghanistan e Pakistan) né per caso (certi gruppi del Kashmir per mettere in ginocchio i quali l'esercito ufficiale farebbe di tutto) ma, oserei dire, eminentemente (non sono forse i servizi di sicurezza pakistani che si infiltrano nella maggior parte di questi gruppi criminali lasciando che essi prosperino fino al centro di Islamabad ?). Gli osservatori seri lo sapevano. Daniel Pearl è morto per aver detto troppo sull'argomento. Ed io stesso ho dedicato un libro intero, “Chi ha ucciso Daniel Pearl?”, ai legami fra l'ISI e quei gruppi, come il Lashkar-e-Janghvi o il Lashkar-e-Toiba, che sembravano, a ragione, il nocciolo duro della nebulosa Bin Laden. Ma colui che nel frattempo è divenuto il presidente della più grande democrazia del mondo lo dice con una tale determinazione che i suoi principali consiglieri, come Richard Holbrooke, ne sembrano a loro volta persuasi e che il capo di Stato maggiore interforze, Michael Mullen, arriva a spiegare, con franchezza, come la strumentalizzazione di Al Qaeda attraverso l’ISI (e viceversa) è un fatto accertato che “deve cambiare” - ecco, sì, un‘autentica svolta.

Seconda proposta: si può, prosegue Obama, sostenere il Pakistan. Lo si può continuare a considerare un alleato di primo piano. Gli si può fornire ogni aiuto, di qualsiasi natura, necessario allo sviluppo di quel grande paese che è esso divenuto. Ma questo aiuto non può più essere cieco. Non può più essere automatico. Non si possono più continuare a distribuire miliardi di dollari a chi poi li dirotta verso “ONG” come la Ummah Tameer-e-Nau, da me identificata a suo tempo e che, in collegamento con la lobby nucleare di Abdul Qader Khan , il Dottor Stranamore pakistano, forniva ad emissari di Bin Laden il necessario per montare armi atomiche miniaturizzate. In altre parole, questo aiuto deve essere “vincolato”. Deve essere “condizionato”. Può continuare decentemente a funzionare solo se accompagnato da misure che costringano coloro che lo ricevono a “renderne conto”. Pure qui, siamo di fronte all'evidenza. Pure qui si tratta di ciò che gli stessi i pakistani - perlomeno quelli che hanno a cuore i diritti dell'uomo quanto il proprio Paese - reclamano da decenni. Ma che un Presidente americano ne prenda atto, che accetti di fornire il suo aiuto non come una cornucopia, ma come uno strumento politico e una leva, che abbia l'audacia di farne un dispositivo di pressione -se non di ricatto- democratico, è un altro evento di primissima importanza.

Terza proposta: i principali nemici di quest’Al Qaeda che in Pakistan si muove come un pesce nell'acqua, non sono gli americani. Sono, dice sempre Obama, i pakistani stessi. Di nuovo, lo si sapeva. Di nuovo, e per parlare solo di quello che io ho visto e filmato di persona, tutti sapevano che la madrasa di Binori Town è il santuario, in piena Karachi, di bande la cui occupazione preferita è ciò che pudicamente viene definito, laggiù, lo “scontro inter-settario”, ma che in realtà significa massacro a sangue freddo di sciiti disarmati. E, anche in questo caso, nessun pakistano può ignorare che sono le proprie figlie, le proprie amiche, la propria moglie ad essere in prima linea in una guerra dove si continua a bruciare viva una donna sorpresa a guardare un uomo che non sia il marito. Ma che il Presidente Obama, di nuovo, ne prenda atto, che affermi - sono le sue parole - che Al Qaeda è un “cancro” e che questo un cancro sta “distruggendo il Paese dall' interno”, che proclami dinanzi al mondo di voler soccorrere milioni di musulmani, bersaglio di tale violenza, significa che finalmente è stata trovata la formula di una lotta contro il terrorismo capace, per la prima volta, di evitare lo scoglio dello scontro di civiltà alla Bush e alla Huntington.

Andare a cercare il nemico fin dentro il cuore dello Stato pakistano… Far dipendere l’aiuto offerto a questo Stato dallo zelo che esso metterà nell'epurare i propri servizi segreti… Rilevare come l'unico scontro di civiltà che conti è quello, in seno all'Islam, che oppone jihadisti e moderati… Gli europei conoscono i termini dell'equazione. Cosa aspettano a dirlo? E, una volta detto, cosa aspettano a prestare la loro collaborazione alla revisione della dottrina geostrategica più decisiva del momento?

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 2.04.2009
(traduzione di Daniele Sensi)

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