Bernard-Henri Lévy

Contributi al dibattito politico e culturale

"Fermate il dibattito sull'identità nazionale"

I firmatari della petizione scrivono che il dibattito sull’identità nazionale è “fattore di odio e di disunione”. Perché questa accusa?

Bernard-Henri Lévy: Sono le stesse osservazioni che fanno coloro che partecipano a queste riunioni. Unanimemente, o quasi, essi dicono a SOS Racisme che questi dibattiti vanno male, che volgono per il peggio. Ci avevano annunciato un dibattito sereno. Mentre, di fatto, siamo dinanzi ad un discorso che dovrebbe essere stigmatizzo e che invece viene d’improvviso legittimato.

La verità è, anche, che in quei dibattiti si respirano gli effetti di un clima generale. Quando un ministro dell’Interno [Brice Hortefeux, ndr] si abbandona ad una battuta razzista nel corso dell’università estiva dell’UMP e solo in pochi, tra gli astanti, reagiscono, quando una campagna per le presidenziali fa ricorso ad una esplicita strategia di recupero dei voti e di una parte dei temi del Fronte nazionale, quando questi temi vengono banalizzati, allora non bisogna più stupirsi se le cose prendono la piega che stanno prendendo. Il clima è sempre più propizio a ciò che SOS Racisme denuncia nella sua petizione.

Perché fermare il dibattito proprio ora e non subito, all’inizio?

Per quanto mi riguarda, ho sempre ritenuto assurdo questo dibattito, del tutto idiota. Ma non volevo gridare al lupo. Mi dicevo che forse occorreva aspettare e che forse ero io ad avere una visione troppo allarmistica. Oggi, ahimè, i miei timori trovano conferma. E stiamo pagando il conto per quella follia che è stata la creazione di un ministero dell’Immigrazione e dell’Identità nazionale. Ciò che sta succedendo è la logica conseguenza della fondazione di quel ministero, di come lo si è chiamato e di talune misure che esso ha adottato

Ecco il perché del nostro appello al presidente della Repubblica. Lui è il solo che possa arrestare tale pagliacciata. Ha sufficienti pragmatismo ed onestà politica per dire “stop” quando bisogna dire “stop”. Quando diviene evidente che un dibattito che avrebbe dovuto rafforzare il legame comunitario non fa che lacerarlo, spetta al presidente della Repubblica fare marcia indietro.

Non bisogna parlare di identità nazionale?

Si parli di ciò che si vuole. Ma sostenere che le persone abbiano, in questo paese, un problema con l’identità francese è una stupidaggine. Esse sanno ciò che significa essere francesi. Lo sanno molto bene. Ed una maggiore consapevolezza atterrebbe più all’asservimento che non alla liberazione. Perché le identità collettive devono essere leggere e non oppressive. Non devono rinchiudere i soggetti in soffocanti camicie di forza, bensì aiutarli, al contrario, a respirare.

E poi questo dibattito sta occultando la questione cruciale: quella dell’identità europea.

Intervista raccolta da Laure Equy, Libération, 21.12.2009
(traduzione di Daniele Sensi)

Come e perché i talebani possono essere sconfitti

Ritorno in Afghanistan con un gruppo di giornalisti al seguito del ministro della Difesa, Hervé Morin. Scarsa visione d’insieme, perché limitata alle vallate di Surobi e di Kapisa. Ma osservazioni ciò nondimeno preziose, perché contrastanti con quanto viene detto in giro.

Prima tappa, Tora, fortino a 20 chilometri da Kabul. Veniamo accolti dal colonnello Benoît Durieux, capo reggimento e autore di un eccellente “Relire 'De la guerre' de Clausewitz”. Ci muoviamo verso Surobi, dove ci aspetta l’assemblea dei malek, i saggi della regione, per l’inaugurazione di una piccola scuola per ragazzi. E scambio di opinioni sul tema dell’alleanza franco-afghana di fronte all’ascesa dei talebani. Il numero di blindati mobilitati per lo spostamento, l’estremo nervosismo degli uomini così come il volo raso terra, talora a 10 metri dal suolo, dell’elicottero Caracal che qui ci ha condotti di buon mattino, non lasciano dubbi sulla serietà della minaccia. Ma nemmeno alcun dubbio sul fatto che la strategia dei militari si basi su un’idea semplice che non ha molto a che vedere con la caricatura che ne danno i media: mostrare che si è lì per fare la guerra, certo, ma anche che questa guerra attiene alla sicurezza, alla pace, all’accesso alle cure e al sapere di un popolo che ha la coalizione come alleata.

Forte Rocco, nel cuore della valle di Uzbin, 10 chilometri più a monte rispetto al punto in cui hanno trovato la morte, nell’agosto del 2008, i dieci legionari del RPIMA. È un altro forte da western, ancora più isolato, circondato dalle montagne. I 159 uomini del capitano Vacina vi alloggiano in tende rafforzate da compensato in previsione dell’inverno. Appena installati, racconta Vacina, ecco le elezioni, il bombardamento talebano dei seggi elettorali, la risposta delle forze regolari afghane appoggiate dai legionari - e, quindi, l’incredibile spettacolo dei contadini che vengono a votare nel frastuono di bombe e mitragliatrici. Forza d’occupazione, veramente? Neocolonialismo, come dicono gli “utili idioti” dell’islamo-progressismo? Gli eserciti, come i popoli, hanno un inconscio. E non nego che la tentazione possa esistere. Ma quel che là osservo, per il momento, è questo: una forza militare che viene per, letteralmente, consentire alla gente di votare e che quindi è presente, non meno letteralmente, a supporto di un processo democratico.

Tagab, nel cuore della valle di Kapisa, più a nord, dove ritrovo il colonnello Chanson che ricorda di quando, quindici anni fa, mi impedì –all'epoca giovane Casco blu a Sarajevo- l’accesso al monte Igman. Configurazione come a Rocco. Stesso paesaggio di montagne, con in basso una vallata verdeggiante ma infestata da gruppi armati. Il forte è stato bombardato ieri. Due giorni prima, un attacco più duro ha provocato un’incursione. E Chanson racconta l’arrampicata verso la posizione avversa; l’occupazione delle due creste di montagna; lo scontro, al ritorno, con un’unità jihadista; la battaglia, durissima; e infine la disfatta degli assalitori. Il bilancio dell’operazione, chiediamo? Il numero esatto delle vittime? Appunto… Sorride… “Io sono ed io resterò l’unico, qui, a saperlo. Perché ecco un altro principio. Ogni talebano ucciso significa un nuovo talebano che nasce. Ogni vittoria strombazzata provoca, automaticamente, umiliazione e vendetta. Di modo che vincere non deve più significare uccidere ma restare, semplicemente restare - essere gli ultimi a rimanere sul campo e mostrarlo”.

Nijrab, 18 chilometri a nord, sempre nel Kapisa. È stazionato qui, in questo quarto forte, il terzo battaglione dell’esercito nazionale afghano comandato dal colonnello Khalili. Ricordo che, nel mio “Rapporto afghano” del 2002 commissionatomi da Jacques Chirac, la prima raccomandazione era: aiutare a costituire un esercito nazionale afghano cui lasciare, appena possibile, la responsabilità di isolare, e poi di mettere fuori gioco, i neofascisti talebani. Ebbene, è quello che sta accadendo, stando a quanto dice Khalli. Spetta a lui l’iniziativa degli assalti. È lui che decide se richiedere o meno i rinforzi del battaglione francese. Ed è sotto il suo comando che si trovano i famosi “consiglieri” americani di cui mi parlava, poco prima, il colonnello americano Scaparotti. Di nuovo, il contrario del cliché. Di nuovo, l’opposto dell’immagine convenuta di una guerra franco-americana di cui gli afghani non sarebbero che le comparse.

Bagram, infine. La base americana. Con la terribile prigione segreta, impossibile da avvicinare, a 200 metri dal luogo in cui mi trovo. E con i 42 uomini del distaccamento francese Harfang addetti stavolta ai due droni SIDM, pilotati da terra dal personale addestrato sul Mirage, e che forniscono alle truppe qualsiasi informazione in grado di ridurre la parte di rischio delle operazioni. Immagine di una guerra “tecnica”, fondata su un’estrema economia di mezzi. Conflitto di “bassa intensità”, la cui via d’uscita, ognuno ne è consapevole, non può essere soltanto militare. E tendenza al “morti zero”, tanto per l’avversario che per i soldati della coalizione stessa. Non ho visto tutto, naturalmente. Ma questo è quanto ho visto: una guerra brutta, come tutte le guerre; ma una guerra giusta; che ha preso un verso meno negativo di quanto si dica; e che i democratici afghani, possono, con i loro alleati, vincere.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 1.10.2009
(traduzione di Daniele Sensi)

Il Partito socialista deve sparire

Bernard-Henri Lévy reagisce, senza giri di parole, agli spasmi che negli ultimi giorni hanno scosso il Partito socialista. Per il filosofo, Martine Aubry è il guardiano di una “casa morta”, votata alla demolizione. E spera nella Royal (di cui è stato consigliere durante le presidenziali del 2007), in Valls o in Strauss-Kahn perché la sinistra rinasca sulle ceneri del socialismo.

L’uomo di sinistra Bernard-Henri Lévy è triste quando guarda il Ps?
Certo, sono triste. Raramente ho visto politici spendere tante energie nella propria autodistruzione. E non sarebbe nemmeno troppo grave se ciò riguardasse solo loro. Ma si tratta dell’alternativa a Nicolas Sarkozy, si tratta della speranza della gente. E questo Ps non incarna più la speranza di nessuno. Riesce a suscitare solo collera ed esasperazione.

Come ha votato alle europee?
Socialista, ovviamente. Cos’altro avrei potuto fare?

Avremmo creduto Cohn-Bendit, invece…
Sì, avrei potuto votare per Dany. Ma c’era quell’alleanza, a parer mio contro natura, con l’antiliberale Bové. Dunque ho votato Ps. Ma come tutti: per abitudine, senza crederci, e con la sensazione che si stesse tentando la rianimazione di un cadavere…

Il “grande cadavere riverso”?
Esattamente. Il libro ha due anni. Ma in due anni la situazione non s’è aggiustata. Il cadavere, sempre lui. Ma in decomposizione. Proprio la situazione descritta da Sartre nella prefazione a “Aden Arabia” da cui ho preso a prestito il titolo del mio libro.

Morboso!
No. E’ l’esatto stato delle cose. A che pro non guardare in faccia la realtà? Siamo alla fine di un ciclo. Il Ps è nella stessa situazione del Pc della fine degli anni 70, quando, a disintegrazione avviata, si cercava di scongiurarla tramite formule magiche tipo -già allora- “rifondazione” e “rinnovamento”.

Martine Aubry come Georges Marchais?
A questo stadio, non si tratta più delle qualità dell’uno o dell’altro. Aubry è in gamba, però il suo ruolo non può che essere quello del guardiano di una casa morta - lei non può farci nulla. Le parole, d’altronde, dicono tutto. Si parla del “richiamo all’ordine” di Manuel Valls. Richiamo all’ordine… Il socialismo che termina nella caporalizzazione…

Quindi il Ps sta per morire?
No. Il Ps è morto. Nessuno, o quasi, osa dirlo. Ma tutti, o quasi, lo sanno. E’ come il ciclista d’Alfred Jarry che pedalava nonostante fosse già morto. O come il cavaliere d’Italo Calvino la cui armatura era vuota. Il Ps è morto.

E le ne è felice?
Io penso soprattutto che bisogna dire le cose. Piaccia o no, bisogna dirle, prenderne atto, redigere l’atto di decesso – e far saltare questa cappa di piombo che impedisce di pensare, d’immaginare, di respirare e, ovviamente, di ricostruire. C’è una figura della sinistra morale di cui, forse, i vostri giovani lettori hanno dimenticato il nome. Si tratta di Maurice Clavel. Egli diceva, un tempo: per vincere la destra, occorre spezzare la sinistra.

Per molti il Ps rappresenta comunque il partito che li tutela, che amministra le regioni…
Vero. Ed è importante che le regioni siano ben amministrate, e da militanti che proteggano i deboli piuttosto che da darwinisti. Ma la politica non è questo. La politica è anche volontà di cambiare, un po’, il mondo. Ebbene, di questa volontà non c’è più traccia presso i rinoceronti di un Partito che pare stia lì per gestire, oltre alla regioni, ciò che Hannah Arendt chiamava “la derelizione del politico”.

Dunque, secondo lei, bisogna archiviare il Partito socialista?
Bisogna accelerarne la fine, sì, sicuro. Dissolvere. Finirla il prima possibile con questo grande corpo malato che, ironicamente, come il proletariato di un tempo, pare occupato a “negarsi in quanto tale”.

E come dissolverlo?
La storia, diceva Marx, ha più immaginazione degli uomini. Quindi tutti gli scenari sono possibili. Tutti. La sola cosa certa è che il Partito che fu di Blum e di Jaures sta perdendo ciò che gli rimaneva della sua anima – e deve sparire.

E quanto ai leader che non pensano che a se stessi e alla propria carriera?
Non è questa la cosa che scandalizza di più. Per lo meno lo scontro degli ego ha il pregio di fare scoppiare quelle contraddizioni che, solo esse, generano il dibattito. La politica sono anche i corpi. Memorie e idee – ma incarnate. Ciò che uccide il Ps non è l’eccesso, ma la mancanza di guerra intestina.

Nicolas Sarkozy dice che il Ps non sparirà…
Che crudeltà!

Sarkozy gioca un qualche ruolo in questa situazione?
Che se ne avvantaggi è evidente. Ma bisogna smetterla di cercare la pagliuzza nell’occhio del vicino quando si ha una trave nel proprio. Non è perché Sarkozy arruola dei socialisti che il socialismo muore. E’ perché il socialismo muore che Sarkozy può arruolare.

La questione del nome, socialista, è importante?
Evidentemente. Qualunque nominalista ve lo dirà: un nome, è più che un nome. E, su questo punto, Valls ha ragione: occorre, urgentemente, cambiare nome.

Solo il nome?
Il nome dice il resto. Chiamare male le cose, diceva Camus, significa accrescere la miseria del mondo. Chiamarle bene, invece, diminuisce la confusione, conduce all’essenziale. Ora, cos’è l’essenziale? Tre grandi rifiuti, da pensare insieme, non contraddittoriamente, perché sono l’identità stessa della sinistra. L’antifascismo. L’anticolonialismo. L’antitotalitarismo.

E l’uguaglianza?
E’ il punto di raccordo dei tre. Certo, l’uguaglianza. A quando risale il declino? Due cose hanno mascherato il fenomeno. La vittoria di Mitterand, e l’esaltazione che ne è derivata. E poi l’ascesa del Fronte nazionale che fece nutrire l’illusione di una identità “facile”. Ma, invero, il male stava lì.

Da quando?
Tutto è cominciato col declino del comunismo. Si era per. Si era contro. Ma ci si determinava in rapporto ad esso. Ragion per cui, quando l’astro è tramontato, quando non è più brillata che la luce delle stelle morte, è tutta la sinistra, tutta la galassia, che, a sua volta, ha cominciato a impallidire.

Il Ps non è stato nel campo dei nemici della libertà!
No. Ma quando il super-io marxista s’è scrostato, il Ps s’è lasciato infiltrare da una ideologia reazionaria, letteralmente reazionaria, da cui non è guarito.

Reazionaria in cosa?
Prendiamo la questione europea, con ritorno, da parte di taluni, allo sciovinismo dell’epoca di Jules Guesde. O l’antiliberalismo pavloviano, l’incapacità, come invece avviene nella sinistra italiana, per esempio, di saper distinguere tra il buon “liberalismo” (quello delle autonomie operaie, di Gavroche, delle lotte per un po’ più di libertà) ed il cattivo “liberalismo” (la legge del mercato applicata a tutto, compresa la cultura, la vita privata, la parte di segreto di ognuno di noi, ecc.). O ancora l’odio fobico per l’America che è, anche, un infallibile indicatore della discesa verso l’anti-illuminismo.

Ma il Ps segue Obama?
Lo rende un feticcio, è diverso. E si guarda bene dall’integrare ciò che Obama davvero rappresenta: un ritorno ai valori stessi del progressismo.

L’idea di primarie, per designare il candidato?
Senza primarie, Obama non sarebbe mai stato designato. Senza primarie alla francese, senza una vasta consultazione aperta, popolare, mai verrà avviato il processo che conduca ad un nuovo partito di sinistra che rompa con una macchina fatta per perdere.

Segolene Royal, di cui lei è stato consigliere, avrebbe potuto salvare il Ps?
Forse, al contrario, il Ps non sarebbe sopravvissuto alla sua vittoria.

E Valls?
Valls fa parte, come la Royal, come Strauss-Kahn, come altri, di coloro che possono essere all’origine del big bang e ricostruire sulle rovine.

Valls rivendica la fine del Ps, ma è in carrozza da talmente tanto tempo… Royal, Strauss-Kahn sono stati ministri sotto Mitterand…
Poco importa. C’è un vecchio aggeggio che si chiama dialettica e che ha la buona abitudine di fare i propri figli sul dorso degli attori della Storia. Ebbene la dialettica, al momento, è all’opera. La sinistra di domani, la sinistra moderna e reinventata, è ancora invisibile – ma c’è.

Intervista di Claude Askolovitch, Le Journal du dimanche, 19.07.2009
(traduzione di Daniele Sensi)

Il video shock di Ahmadinejad «La nostra rivoluzione è planetaria»



«Un vero discorso di ispirazione fascista-messianica, perché seppur in modo diverso dal nostro in Europa quel mélange di culto della forza e di ossessione della purezza altro non è: fascismo». «Un chiaro annuncio del progetto di rivolgimento planetario e di esportazione della rivoluzione islamica nel mondo: terrificante». Bernard-Henri Lévy, noto filosofo e intellettuale francese, impegnato in politica nonché reporter, non ha dubbi sull'importanza del video appena uscito clandestinamente dall'Iran e di cui è venuto in possesso.

«Un documento straordinario» che riprende il presidente Mahmoud Ahmadinejad mentre arringa, con voce sommessa, una quindicina di religiosi iraniani in turbante bianco o nero, alla presenza del suo mentore, l'ayatollah oltranzista Mesbah Yazdi. «Ho deciso di mettere quel filmato sulla mia pagina di Facebook — spiega Lévy al Corriere — perché la gente deve sapere. E perché i giovani e l'opposizione in Iran non vanno lasciati soli in questo momento. È un atto di solidarietà come cittadino, anche se non so chi l'abbia ripreso, nè chi l'abbia inviato». Nel video, oltre dieci minuti di audio e immagini scadenti, probabilmente filmato di nascosto con il telefonino da un partecipante, Ahmadinejad sussurra con voce e occhi bassi rivolgendosi ai «cari» invitati, seduti a un tavolo ingombro di fiori e microfoni. Dice di essere a Qom, la città santa sciita dove risiede e predica Mesbah Yazdi (e molti altri ayatollah anche dell'opposizione, come Ali Montazeri o Yousef Sanei). Ringrazia i presenti per i «servigi» offerti, dice che questi serviranno a preparare finalmente una «grande vittoria, perché i tempi sono propizi». «Non sappiamo quando sia avvenuto l'incontro ma penso che fosse il 13 giugno, all'indomani delle elezioni — dice Lévy —. Quel ringraziamento riguarda i brogli che hanno hanno consentito al presidente di "vincere", anche se qualcuno tra i miei amici iraniani pensa sia precedente al voto e che il grazie sia invece per la preparazione delle elezioni truccate. Ma se i tempi sono ambigui, non lo è il resto: la "grande vittoria" di cui parla Ahmadinejad è la futura esportazione della rivoluzione islamica nel mondo che il presidente sogna da tempo. Un progetto terrificante. Un video che fa ancora più impressione di quelli sulle proteste a Teheran».

Nel consueto mix di Corano e politica, toni profetici e apparente umiltà, Ahmadinejad si dice in effetti certo che «la rivoluzione islamica ha ormai trovato la sua strada e un grande rivolgimento è iniziato: avrà dimensioni planetarie poiché il mondo ha sete di cultura musulmana, come diceva sempre l'Imam Khomeini». Il movimento, di cui lui si dice «solo uno dei partecipanti», ha una «forza immensa». «E se qualcuno pensa che l'organizzazione o le forze armate a nostra disposizione non siano sufficienti — continua Ahmadinejad sussurrando monotono — ebbene si sbaglia, poiché la logica comune non si applica a movimenti come questo, sostenuti dalla volontà e dalla misericordia divina». Se da un lato Ahmadinejad si dichiara certo del «sostegno di Dio», dall'altra chiede però ai presenti di fare il possibile per rafforzare il movimento: «Bisogna mobilitare tutti i potenziali intellettuali e manager per realizzare la legge e la giustizia dell'Islam e instaurare una società sul modello islamico nella nostra cara patria», dice, convinto come Yazdi che lo spirito della Repubblica Islamica in Iran si sia perso, e che prima di esportare la rivoluzione nel mondo si debba far pulizia in casa. Poi parla del popolo iraniano «che nel suo insieme non è malvagio» anche se «chi si basa su analisi e non su Dio non è certo un illuminato», e se «tutti quei giovani cresciuti in casa e a scuola non sanno niente dei grandi avvenimenti. Che noi, umani e maturi invece conosciamo». Discorsi che preludono a un golpe, come qualche commentatore iraniano su siti e forum sostiene?, chiediamo a Lévy. «Non saprei, difficile dirlo — risponde lui —. Ma di certo so che il regime è condannato. Se cercate in archivio gli articoli che il filosofo Michel Foucault scrisse proprio per il Corriere della Sera nel 1979, vedrete che dall'inizio delle proteste alla caduta dello Scià passò un anno. Ci volle del tempo allora, ce ne vorrà adesso. Ma alla fine accadrà».

Cecilia Zecchinelli, Corriere della Sera, 26.06.2009

Video: Appello alla gioventù iraniana





Qualunque cosa accada, nulla sarà più come prima a Teheran. Qualunque cosa accada, che la protesta divampi incontrollata o al contrario segni il passo, che finisca per trionfare o si estingua, terrorizzata dal regime, colui che d'ora in poi non merita altro che l'appellativo di presidente non eletto, Ahmadinejad, è destinato ad essere un presidente da strapazzo, illegittimo, in declino. Qualunque cosa accada, qualunque sia l'esito della crisi scoppiata quindici giorni fa per lo scandalo di una frode elettorale di cui non si può più seriamente dubitare, nessun dirigente iraniano oserà comparire sul palcoscenico mondiale, né presentarsi ai negoziati con Obama, Sarkozy, Merkel, senza essere circondato non già dall'aureola di luce sognata da Ahmadinejad, come disse durante il suo discorso alle Nazioni Unite nel 2005, bensì dalla nube sulfurea che appesta gli imbroglioni e i macellai. Qualunque cosa accada, l'ayatollah Khamenei, successore di Khomeini e, a tal titolo, guida suprema del regime, sarà costretto ad abbandonare il suo ruolo di arbitro, per essersi sfacciatamente schierato per una fazione contro le altre e avrà pertanto perso, anche lui, quel che restava della sua autorità: «Solo Dio conosce il mio voto», aveva ribattuto con prudenza, quattro anni fa, a quanti lo invitavano sin d'allora a denunciare i brogli. «Nel nome di Dio misericordioso, mi impegno a imbavagliare, massacrare e sciogliere ogni assembramento» ha risposto stavolta agli ingenui che si immaginavano che fosse lì per far rispettare la Costituzione. Qualunque cosa accada, il blocco degli ayatollah oggi ha messo in bella mostra le feroci divisioni che lo lacerano: da una parte, quelli che spalleggiano Khamenei e approvano la decisione di soffocare il movimento nel sangue; dall'altra, quelli che minacciano, come l' x presidente Rafsanjani, capo della potentissima Assemblea degli esperti, l'eruzione di un vero e proprio vulcano di rabbia, se non si terrà conto dell'ondata di proteste; e altri ancora, come il grande ayatollah Montazeri, confinato agli arresti domiciliari a Qom, che invoca il riconteggio dei voti e il lutto nazionale per le vittime della repressione. Per non parlare poi dei vertici religiosi dell'«Ufficio dei seminari teologici», che non temono più di formulare l' ipotesi, ieri ancora sacrilega, di dimissionare Khamenei per sostituirlo con un «Consiglio di guida». Qualunque cosa accada, e al di là delle schermaglie di apparato, il popolo si sarà per sempre dissociato da un regime dal fiato corto e colpito al cuore. Qualunque cosa accada, una gioventù che si credeva convertita ai principi dell' islam politico e che, stando ai resoconti, appena un mese fa, al ritorno da Ginevra di Ahmadinejad, pare avesse riservato al presidente non eletto un' accoglienza trionfale, questa gioventù ha già proclamato a gran voce di vergognarsi di un simile presidente. Qualunque cosa accada, ci saranno a Teheran, a Tabriz, a Isfahan, a Zahedan, a Ardebil, milioni di giovani che nel breve spazio di qualche giorno saranno diventati più grandi dei loro anni, come il timido Mousavi, e avranno compreso che si poteva sfidare un potere con le spalle al muro a mani nude, senza provocazioni né violenze. Qualunque cosa accada, si è verificato un avvenimento straordinario, il miracolo di un' insurrezione popolare che, nelle presenti circostanze, forte del suo mimetismo cieco e quasi inconsapevole di sé, come l' Angelo della Storia, pensa di andare in avanti mentre, in realtà, si guarda indietro. Un avvenimento che sembra riproporre, ma al contrario, le scene descritte trent'anni fa nelle stesse strade, da un Michel Foucault lontanissimo dall' immaginare che la vera rivoluzione era ancora a venire e che sarebbe stata l'opposto esatto di quella da lui narrata. Qualunque cosa accada, nel calore delle manifestazioni pacifiche si è forgiato un corpo politico che incarna un attore nuovo che fa il suo ingresso in scena e senza il quale non sarà più possibile scrivere la storia successiva della nazione. Qualunque cosa accada, il bel viso di Neda Soltani, uccisa a bruciapelo lo scorso sabato per mano di un sicario dei Basij, come pure le immagini dei ragazzini pestati a morte dagli squadroni dei guardiani della rivoluzione e degli acrobati in motocicletta, i video dei cortei sconfinati, impressionanti per la calma e la dignità, avranno fatto grazie a Twitter il giro del cyberpianeta e pertanto del mondo intero. Qualunque cosa accada, il re è nudo. Qualunque cosa accada, il regime degli ayatollah è condannato, a breve o lungo termine che sia, a scendere a patti o a scomparire. Si dimentica sempre che l' altra rivoluzione, la prima, quella che trent' anni fa mise in piedi questo nazional-socialismo all' iraniana, durò quasi un anno intero: perché mai dovrebbe essere altrimenti per questa di oggi, democratica, rispettosa della legalità, che muove i primi passi? La terra trema a Teheran e scommetto che siamo solo all' inizio.
(traduzione di Rita Baldassarre)