Bernard-Henri Lévy

Contributi al dibattito politico e culturale

Perché vincerà Barack Obama

Dopo tre settimane, rientro dagli Stati Uniti, in attesa di ritornarvi presto. E, fin d’ora, a venti giorni dal risultato, stendo un primo bilancio della situazione.

Mantengo, più che mai, il pronostico che feci più di quattro fa, all’indomani della penultima convenzione democratica, quando intitolavo un testo su Barack Obama, apparso sulla rivista di Boston The Atlantic Monthly: “Un Clinton nero”.

E, naturalmente, mantengo pure il pronostico di sei settimane fa, quando annunciavo, su queste colonne, in questo bloc-notes, e mentre la maggior parte dei sondaggi davano un risultato opposto, la più che probabile vittoria di Obama sul suo avversario repubblicano, John McCain.

Non che quest’ultimo se la sia giocata male.

Non che abbia deluso i suoi sostenitori, in particolare nel primo “gran dibattito” organizzato dalla CNN e in cui, soprattutto sulle questioni internazionali, non ha sfigurato come possibile presidente.

E la stessa Sarah Palin, nel dibattito affrontato la settimana scorsa con l’altro candidato alla vice-presidenza, Joe Biden, ha mostrato di saper imparare alla svelta e di essere già lontana dall’ex-regina di bellezza dei primi giorni, balbettante, impacciata, terrorizzata da quanti la intervistavano, e che, accumulando gaffe su gaffe, veniva schernita –non senza una violenta ed insopportabile dose di sessismo– dall’insieme dei media, dei siti internet, dei blogger o degli umoristi della potentissima Comedy Channel.

Ma ci sono tre ragioni essenziali che fanno sì che la vittoria abbia sempre meno possibilità di sfuggire al senatore dell’Illinois, malgrado tutto, malgrado la sua inesperienza, malgrado la sua giovinezza, malgrado il fondo di razzismo che persiste nella classe media americana e su cui i nuovi Thénardier della politica statunitense, Hillary e Bill Clinton, non hanno mancato di fa leva durante la campagna per la designazione del candidato.

L’immenso desiderio di cambiamento, innanzitutto, che s’è impadronito di un paese che comincia a risvegliarsi, come un sonnambulo, dall’incubo degli anni Bush.

La crisi economica e finanziaria, in secondo luogo; l’impressione, per tutti, di entrare in una terra incognita dove nessuna delle vecchie bussole, nessuno degli strumenti di navigazione e dei punti di riferimento tradizionali, sono di alcun aiuto; ma la sensazione, allo stesso momento, in quello smarrimento condiviso, che la fede deregolatrice che fu il credo di John McCain durante i suoi ventidue anni al Senato, la sua diffidenza di principio verso un ruolo accresciuto dello Stato federale nella condotta degli affari economici, ovvero il suo lato da Scuola di Chicago ed il suo essere convinto conservatore, siano, ad ogni modo, la peggiore delle soluzioni.

E poi, infine, la crisi morale che gli Stati Uniti stanno attraversando; una profondissima crisi d’identità, quella vertigine che qualche anno addietro ho provato a diagnosticare; il comunitarismo, la balcanizzazione del tessuto sociale, l’allentarsi di un legame di cittadinanza a causa dalla nuova e rovinosa guerra tre le memorie, tra comunità ieri alleate e oggi rivali; insomma, quell’impossibile nazione, quel paese-ed è la sua grandezza-senza nome e senza matrice comune al quale Barack Obama, essendo, l’ho detto spesso, un Nero venuto da fuori, che discende non da una famiglia di schiavi nati nell’Alabama, ma da un Africano del Kenya, era l’unico tra i candidati disponibili a poter restituire il suo fondamento.

Oggi, dunque, affino il pronostico.

Obama vincerà, naturalmente, nel suo Stato, l’Illinois.

Vincerà, anche, nei grossi Stati tradizionalmente in mano ai democratici: quelli della costa Orientale, come lo Stato di New York e la Pennsylvania; quelli della costa Occidentale, quali la California o lo Stato di Washington, con Seattle, la sua capitale.

Ma avrà la meglio, anche, nella seguente serie di “swing states”, i famosi “Stati in bilico” la cui sorte era, fino a questi ultimi giorni, molto incerta, ma che si ritiene stiano schierandosi dalla sua parte: il Nevada, la Virginia, il Colorado, il Michigan, la Carolina del Nord, e senza dubbio l’Ohio.

Non è nemmeno escluso, infine, che avrà la meglio nei tre Stati che inviano rispettivamente 5,11 e 27 delegati al collegio elettorale cui tocca, seconda la Costituzione, l’elezione formale del presidente, l’indomani del 4 novembre- tre Stati che erano bastati, nelle due precedenti elezioni, a fare la differenza tra George W.Bush e Al Gore, e, la volta dopo, tra George W.Bush e Johh Kerry: il Nevada, il Missouri e la Florida.

Bene.

E’ tutto.

E, se le cose andranno come dico, Barack Obama stravincerà su John McCain, con un distacco di un centinaio abbondante di delegati, forse 150- cosicché potrà rimodellare molto profondamente la più potente e, oggi, la più vulnerabile delle economie-mondo.

Per tutti, amici o no dell’America, non esisterebbe epilogo migliore.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 9.10.2008
(traduzione di Daniele Sensi)

La crisi finanziaria vista da New York

Gli Americani non parlano, ovviamente, che di questo. In bocca e nella testa hanno solo l’incredibile tsunami che per poco non ha travolto tutto il loro sistema bancario e, per conseguenza, l’intero pianeta finanziario. Sullo sfondo, tre semplici interrogativi che ritornano ovunque, nei dibattiti e sulla stampa.

Innanzitutto, perché questo disastro? Perché questa serie di bolle (ipotecarie, finanziarie, fiduciarie e del credito) che sono esplose una dopo l’altra e hanno rischiato di far quindi sprofondare la prima economia mondiale in una situazione simile a quella vissuta dall’Argentina sette anni fa? Repubblicani e democratici convengono tutti, oramai, nel porre all’origine della crisi un sistema costruito sul profitto a breve termine, sulla cartolarizzazione a tutt’andare e sull’invenzione di strumenti finanziari sganciati da una correlativa produzione di valore. Fine di un’epoca in cui veniva “coperta” qualsiasi cosa. Agonia di un modello di crescita basato su un indebitamento senza misura e su una speculazione senza freni. E quei dirigenti che lanciavano le loro imprese in avventure indicizzate sul loro hubris quanto sulle remunerazioni assurde che si erano attribuiti sono divenuti l’oggetto, in qualche giorno, di una generale riprovazione, come coloro che, tipo il penultimo presidente di Merrill Lynch, osavano intascare 160 milioni di dollari come prezzo della loro non meno assurda incompetenza,.

E poi, quale rimedio? E se lo Stato federale, contrariamente al credo formulato, tra gli altri, dal defunto presidente Reagan, stesse tornando ad essere non il “problema”, bensì la “soluzione”? I pareri sono diversi, naturalmente. E già si trovano editorialisti, come David Brooks nel New York Times del 19 settembre, che ironizzano su chi pretende di scoprire un “regolazionismo” che costituiva già la norma sui mercati a termine o negli hedge funds. Ma, essenzialmente, l’opinione non cambia. E, da sinistra a destra, dai progressisti della rivista Nation ai devoti della deregolamentazione stile Wall Street Journal, nessuno giudica negativamente l’appropriazione di fatto, da parte dello Stato, di intere fette del settore finanziario. Né, ancor meno, l’intervento massiccio in un mercato che, in principio, dovrebbe essere ritenuto in grado di tornare a regolarsi presto da solo. E nemmeno l’interdizione, provvisoria certo, ma la cui idea stessa era, solo ieri, inconcepibile, delle “vendite allo scoperto” dei grandi titoli finanziari. Non è una riforma, è una rivoluzione. O, meglio ancora, è un cambiamento di paradigma. Ed è, anche qui, una nuova epoca che si annuncia.

Chi, tra Obama e Palin -ops, McCain- è il meglio attrezzato per poter accompagnare questo cambiamento di rotta e per poter incidere nel marmo di una linea politica ciò che, per il momento, ci si inventa di giorno in giorno, a seconda delle circostanze, senza coerenza? Probabilmente Obama. Perché i repubblicani hanno un bell'adeguarsi al nuovo corso. Hanno, come McCain stesso, un bel riconoscere che sì, la nazionalizzazione dei giganti delle assicurazioni era inevitabile. Chiunque si accorge che lo dicono a malincuore e senza disporre degli strumenti concettuali che possano permettere loro di pensare veramente, fino in fondo, la mutazione. Mentre i democratici… L’idea di uno Stato più forte e che con più forza assuma le proprie responsabilità di Stato riuscendo a svolgere, dunque, su questo terreno, il suo pieno ruolo di attore politico è a loro ben più familiare. Questione di cultura e di patrimonio ideologico: il fallimento di Lehman Brothers sarà più funzionale del discorso di Filadelfia all’elezione di Barack Obama.

Quanto all’osservatore straniero, questi giungerà due osservazioni.

La plasticità, dapprima, di un sistema capace di operare, così presto, una sì grande inversione. Quanto tempo sarebbe occorso, in Europa, per salvare una AIG? Quanti comitati interministeriali? quante commissioni europee e nazionali? quanti via vai tra le autorità finanziarie locali e comunitarie? L’America ha fatto in una notte ciò che a noi avrebbe richiesto settimane, e che alla fine magari non avremmo realizzato nemmeno del tutto. Ancora una volta l’America ha dato dimostrazione, e non spiaccia alle cupe previsioni degli anti-americanisti, della sua vitalità.

Ma anche la bizzarria di quello stesso sistema quando uno Stato che si decide, volente o nolente, a tale cambiamento di rotta, ricalcitra, invece, a compiere lo stesso sforzo quando si tratta di andare in aiuto dei bisognosi e di dar vita ad una sicurezza sociale degna di questo nome. O anche: come mai le centinaia di miliardi di dollari che si sanno muovere, a tempo di record, per salvare società finanziarie in fallimento, non le si riescono a trovare tanto facilmente quando si tratta di salvare dalla miseria o dalla morte i senzatetto di Los Angeles o di Detroit?

A questa questione, il prossimo presidente degli Stati Uniti, qualunque sia tra i due, non potrà più sottrarsi.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 24.09.2008
(traduzione di Daniele Sensi)

Con i Georgiani

Nessuno sa a che punto sarà, quando queste mie righe verranno pubblicate, il ritiro delle truppe russe dalla Georgia. Ma da questa aggressione è possibile, fin da ora, trarre le lezioni e le conclusioni seguenti.

1. La straordinaria brutalità del potere russo nell’era post-sovietica. La si era già vista, questa brutalità, all’opera in Cecenia. Ma il meno che si possa dire è che essa sia stata confermata – per quanto, naturalmente, su scala minore – dallo spettacolo di un esercito che invade un paese sovrano dove prende a muoversi così, a suo piacimento, avanzando o indietreggiando secondo i propri comodi e che distrugge, già che c’è, davanti al mondo sbigottito, le infrastrutture militari e civili della giovane democrazia. Oggi la Georgia. Perché non l’Ucraina, domani? O, in virtù dello stesso argomento della solidarietà con russofoni “perseguitati”, i paesi Baltici? la Polonia?

2. La non meno strana indifferenza alle proteste, agli ammonimenti, alle messe in guardia internazionali. La Guerra Fredda aveva le proprie regole e i propri codici. Era il regno dei segni e della loro sapiente interpretazione. Era come un’ermeneutica mezza bellicosa e mezza pacifica in cui si passava il proprio tempo a reagire a quelli che Michel Serres chiamava i “fuochi e segnali di bruma” emessi dall’avversario. In questa guerra fredda di nuovo tipo, niente più segnali. Niente più codici. Uno sberleffo volgare e permanente all’indirizzo di “messaggi” che si sa non saranno seguiti da alcun effetto e ai quali si decide dunque di non dar alcun peso. Non è forse nel momento stesso in cui Condoleezza Rice era a Tbilisi che Putin, con una sfrontatezza impensabile nel mondo di ieri, ha scelto di avanzare fino a Kaspy, a quaranta chilometri dalla capitale?

3. L’inimmaginabile faccia tosta ideologica di quella gente. Il modo, per esempio, di brandire il “precedente” del Kosovo: come se ci fosse paragone tra il caso di una provincia serba tormentata, martirizzata, distrutta da una purificazione etnica abominevole, e la situazione di un’Ossezia vittima di un “genocidio” che, stando alle ultime notizie (rapporto dell’Human Rights Watch), avrebbe causato… 47 morti! O il modo di rigirare a proprio vantaggio e a quello delle stesse minoranze russofone, che si vorrebbe, di fatto, ricondurre nel girone dell’Impero, l’argomento del “dovere d’ingerenza”: giustificare lo scempio, a Gori e altrove, dell’armata russa e delle sue milizie, in nome di quel grande e bel principio , caro al ministro degli Esteri francese -e non solo- … Bisognava osare! bisognava farlo e pensarci ! ebbene, il signor Putin ha osato… il signor Putin l’ha fatto e l’ha pensato… il signor Putin, medaglia d’oro alle Olimpiadi del capovolgimento del senso e del cinismo…

4. L’inquietante debolezza, di fronte a questo nuovo dispositivo retorico e politico, della diplomazia occidentale, compresa, ahimè, quella francese. Da una grande democrazia ci si aspettava che condannasse e sanzionasse l’aggressore – e che lo facesse senza mezzi termini. Invece si è fatto il contrario. Si è colpito l’aggredito. Si è fatto cedere, non il forte, ma il debole. Come tredici anni fa, a Dayton, quando il bosniaco Izetbegovic dovette firmare, con la morte nell’anima, l’accordo che consacrava lo smembramento del suo paese, il georgiano Saakachvili è stato costretto ad incassare un documento che dai russi stessi è indicato sempre come “documento Medvedev”. Non una parola, in questo documento, sull’integrità territoriale del paese… E le famose “clausole addizionali di sicurezza” che riconoscono all’esercito russo un diritto di stazionamento e di pattugliamento tanto scandaloso nel suo principio quanto nelle sue modalità di applicazione… Il mondo al contrario! Par di sognare”

5. E poi la sconcertante facilità, infine, con la quale le opinioni pubbliche occidentali si sono bevute la tesi avanzata, fin dal primo giorno, dagli apparati di propaganda del Cremlino. Si sa, oggi , che l’armata russa aveva moltiplicato, già prima dell’8 agosto, i preparativi di guerra, si sa che aveva ammassato, alla “frontiera” fra Georgia e Ossezia, una considerevole logistica militare e paramilitare. Si sa che essa aveva metodicamente riparato le ferrovie su cui dovevano passare i treni merci per il trasporto di truppe e si sa che 15 carri avevano attraversato, la mattina dell’8, il tunnel Roky che separa le due Ossezie. Nessuno può ignorare, altrimenti detto, che il presidente Saakachvili si è deciso ad agire solo perché non aveva atra scelta giacché si era già in guerra. Ora, malgrado ciò, malgrado tutti questi fatti che sarebbero dovuti saltare agli occhi di ogni osservatore in buona fede, molti dei nostri media si sono gettati come un sol uomo sulla tesi del Georgiano guerrafondaio, provocatore e irresponsabile. Snervante…

6. Bisognerà tornare su tutto questo. Bisognerà analizzare in seguito i meccanismi di una cecità che, se non facciamo attenzione, potrebbe perpetuare quel “declino del coraggio” denunciato un tempo da Soljenitsyne e che si pensava appartenesse alle epoche andate. Per il momento, sia concesso ad un cronista che si è preso la briga di andare a vedere di persona e di testimoniare, di ripetere qui: "SOS Georgia! SOS Europa! la ragione, non meno che l’onore, ordina di correre, più che mai, in soccorso dell’Europa a Tbilisi.”

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 28.08.2008
(traduzione di Daniele Sensi)

Cose viste nella Georgia in guerra

1. La prima cosa che colpisce non appena si esce da Tbilisi, è l’inquietante assenza di qualsiasi forza militare. Avevo letto di come l’esercito georgiano, battuto in Ossezia, poi messo in ritirata a Gori, avesse ripiegato sulla capitale per difenderla. Ebbene, giungo nei sobborghi della città. Avanzo di quaranta chilometri sull’autostrada che taglia il paese da est a ovest. E, di questo esercito che si dice si sia concentrato per opporre un’accanita resistenza all’invasione, non si vede quasi traccia. Un posto di polizia, qui. Più lontano, una pattuglia di soldati dalle uniformi troppo nuove. Ma non un’unità combattente. Non un pezzo di difesa antiaerea. Nemmeno quel paesaggio di sbarramenti a gincana che, in tutte le città assediate del mondo, dovrebbero ritardare l’avanzata del nemico. Un dispaccio, mentre viaggiamo, annuncia che i carri armati russi si dirigono verso la capitale. L’informazione, rilanciata dalle radio e, alla fine, smentita, crea enorme disordine e fa sì che rientrino le poche automobili che si erano avventurate fuori dalla città. Ma il potere, lui, sembra aver stranamente abbassato le braccia.

L’esercito georgiano sarà forse presente ma nascosto? Pronto ad intervenire, ma invisibile? Saremo in presenza di una di quelle guerre dove l’astuzia suprema è, come nelle guerre dimenticate d’Africa, quella di apparire il meno possibile? O, anche, il presidente Saakashvili ha scelto di non combattere – come a volerci mettere, noi, Europei e Americani, davanti alle nostre responsabilità e alle nostre scelte (“Dite di esserci amici? Ci avete detto cento volte che con le nostre istituzioni democratiche e con il nostro desiderio di Europa, il nostro governo in cui – fatto unico negli annali- siedono un primo ministro anglo-georgiano, ministri americano-georgiani, un ministro della difesa israelo-georgiano, era il primo della classe in occidente? Ebbene, è giunto il momento, inderogabile, di dimostrarlo”)? Non lo so. Ma il fatto è che la prima presenza militare significativa nella quale ci imbattiamo è un lungo convoglio russo, cento veicoli almeno, giunto tranquillamente a rifornirsi di benzina in direzione di Tbilisi. Poi, a quaranta chilometri dalla città, all’altezza di Okami, un battaglione, sempre russo, appoggiato da un’unità di blindati e il cui ruolo è di impedire il passaggio ai giornalisti in un senso, e ai rifugiati nell’altro.

Tra questi ultimi, un contadino ferito alla fronte, ancora inebetito dal terrore, mi racconta la storia del villaggio, in Ossezia, da cui è fuggito a piedi tre giorni fa. I Russi sono arrivati. Le bande ossete e cosacche hanno, nel loro percorso, saccheggiato, stuprato, assassinato. Hanno, come in Cecenia, raggruppato i ragazzi e li hanno caricati su camion verso destinazioni ignote. Sono stati uccisi i padri davanti ai figli. I figli davanti ai padri. Nelle cantine di una casa fatta saltare con bombole di gas, è stata scoperta una famiglia spogliata di tutto ciò che aveva tentato di nascondere e sono stati messi gli adulti in ginocchio prima di giustiziarli con una pallottola in testa. L’ufficiale russo, responsabile del check point, ascolta. Ma se ne infischia. Ha l’aria, ad ogni modo, di aver bevuto troppo - e se ne infischia. Per lui, la guerra è finita. Nessun pezzo di carta - cessate-il-fuoco, accordo in cinque o sei punti - cambierà nulla della sua vittoria. E quel poveraccio di un rifugiato può dunque raccontare ciò che vuole.

2. Presso Gori, la situazione è differente e diviene, all’improvviso, più tesa. Al bordo della strada, Jeep georgiane nel fossato. Più in là, un carro armato carbonizzato. Più lontano ancora, un check point più importante che blocca, lui, tutto il gruppo di giornalisti cui ci siamo uniti. E, soprattutto, ci viene chiaramente detto, qui, che non siamo più i benvenuti. “Siete in territorio russo, abbaia un ufficiale gonfio di boria e di vodka. Può procedere solo chi è accreditato dalle autorità russe”… Per fortuna sbuca un’auto del corpo diplomatico. È la macchina dell’ambasciatore dell’Estonia. A bordo, oltre all’ambasciatore, il segretario del Consiglio nazionale di sicurezza, Alexander Lomaia, che ha il permesso di andare, dietro alle linee russe, a cercare i feriti, e che mi fa salire, insieme alla deputata europea Isler Beguin e ad una giornalista del Washington Post. “Non assicuro l’incolumità di nessuno, avvisa – chiaro?”. Chiaro. E ci stringiamo nell’Audi, che punta verso Gori.

Dopo altri sei check point, di cui un costituito da un semplice tronco d’albero sollevato e abbassato da un argano e comandato da un gruppo di paramilitari, arriviamo a Gori. Non siamo nel centro della città. Ma, dal punto in cui Lomaia ci ha lasciati prima di ripartire -solo, nell’Audi, per recuperare i feriti-, da questo sobborgo controllato da un carro enorme e alto come un bunker a rotelle, possiamo vedere incendi a perdita d’occhio. La luce dei razzi che, a intervalli regolari, illuminano il cielo e che sono seguiti da brevi detonazioni. Il vuoto ancora. L’odore, lieve, di putrefazione e di morte. E poi, soprattutto, l’incessante rimbombo dei blindati e delle, quasi una volta su due, semplici utilitarie riempite da miliziani riconoscibili per le fasce bianche al braccio e per le bandane attorno ai capelli. Gori non appartiene a quell’Ossezia che i Russi pretendono essere venuti a “liberare”. È una città georgiana. Ed essi l’hanno bruciata. Saccheggiata. Ridotta a città fantasma. Svuotata.

“E’ logico, spiega, mentre aspettiamo, in piedi, di notte, nel fetore, il ritorno di Lomaia, il generale Vyachislav Borisov. Siamo qui perché i Georgiani sono degli incapaci, perché la loro amministrazione si è dissolta e perché la città era preda dei saccheggiatori. Guardate qui…” Mi mostra, su un telefono portatile, alcune foto di armi di cui sottolinea pesantemente l’origine israeliana. “Credete che si poteva lasciare questo mercato senza sorveglianza? Peraltro, vi dirò…”Si gonfia in petto. Accende una sigaretta facendo sussultare il piccolo carrista biondo che si era addormentato nella torretta. “Abbiamo convocato, a Mosca, il ministro degli esteri israeliano. E gli è stato detto che, se avesse continuato a rifornire i Georgiani, noi avremmo continuato , noi, ad armare Hezbollah e Hamas.” Avremmo continuato.. Che confessione! Passano due ore. Due ore di spacconate e di minacce. Con, talvolta, una macchina che rallenta ma che, vedendo il carro armato, pare cambiare idea e ripartire veloce. Fino a che ritorna Lomaia che ci affida l’anziana signora e la donna incita strappate all’inferno e che ci incarica di condurre a Tbilisi.

3. Il presidente Saakashvili, affiancato dal suo consigliere Daniel Kunnin, ascolta il mio racconto. Ci troviamo nella residenza presidenziale di Avlabari. Sono le due del mattino, ma la noria dei sui consiglieri funziona come in pieno giorno. È giovane. Molto giovane. Di una giovinezza tradita dall’impazienza dei gesti, dallo sguardo febbrile, dai bruschi scatti di riso o, ancora, da quel modo di tracannare Red Bull come se fosse Coca Cola. Queste persone, del resto, sono tutte giovani. Tutti questi ministri e consiglieri sono borsisti di fondazione tipo Soros la cui “rivoluzione delle rose” ha interrotto gli studi a Yale, Princeton, Chicago. È francofilo e francofono. Appassionato di filosofia. Democratico. Europeo. Liberale nel duplice senso, americano ed europeo, della parola. Di tutti i grandi resistenti incontrati nella mia vita, di tutti i Massud o Izetbegovic dei quali mi è capitato di prendere le difese, è quello più evidentemente estraneo all’universo della guerra, ai suoi riti, ai suoi emblemi, alla sua cultura – ma vi fa fronte.

“Mi lasci precisare una cosa, m'interrompe con improvvisa gravità. Non bisogna lasciare che si dica che siamo stati noi a cominciare questa guerra… Siamo al principio di agosto. I miei ministri sono in vacanza. Io stesso sono in Italia per una cura dimagrante e sul punto di partire per Pechino. Ed ecco che, sulla stampa italiana, leggo: Preparativi di guerra in Georgia. Mi ha capito bene: io me ne sto lì, tranquillo, in Italia, e leggo che il mio paese sta preparando una guerra! Sentendo che qualcosa non torna, rientro subito a Tbilisi. E cosa vengo a sapere dai miei servizi informativi?” Fa il gesto di chi ti pone una domanda difficile lasciandoti la possibilità di trovare una buona risposta… “Che i Russi, nel momento stesso in cui riempiono le agenzie di stampa di queste frottole, stanno svuotando Tskhinvali dei suoi abitanti, stanno ammassando truppe, trasporti di truppe, addetti al rifornimento di nafta in territorio georgiano e stanno facendo passare, infine, colonne di carri armati attraverso il tunnel Roky, che separa le due Ossezie. Allora, supponga di essere responsabile di un paese e di apprendere tutto ciò - che fa?” Si alza, va a rispondere ai due portatili che suonano, nello stesso momento, sulla sua scrivania, ritorna, stende le lunghe gambe…"Al centocinquantesimo carro armato posizionato di fronte alle vostre città, si è obbligati ad ammettere che la guerra è cominciata e, malgrado la sproporzione delle forze, non si ha scelta…” Con l’accordo dei vostri alleati, gli domando? Avvertendo i membri di quella Nato la cui porta vi è stata sbattuta in faccia? “Il vero problema, schiva, è la posta in gioco di questa guerra. Putin e Medvedev cercavano un pretesto per invaderci. Perché?” Fa il gesto di contare sulle dita. “Primo, siamo una democrazia ed incarniamo, dunque, riguardo all’uscita dal comunismo, un’alternativa al putinismo. Secondo, siamo il paese per cui passa la Btc, l’oleodotto che collega Baku a Ceyhan passando per Tbilisi; ragion per cui, se noi cadiamo, se Mosca mette al mio posto un impiegato di Gazprom, voi sarete, voi Europei, dipendenti al 100 per cento dai Russi per il vostro approvvigionamento energetico. E poi, terzo…” Sceglie una pesca dal cesto della frutta che il suo assistente –“osseto”, precisa lui – ha appena portato. “Terzo, guardi questa mappa, La Russia è alleata dell’Iran. I nostri vicini armeni non sono molto più lontani dagli Iraniani. Immagini che si installi a Tbilisi un regime filo-russo. Avreste un continuum geostrategico che andrebbe da Mosca a Teheran e che dubito possa convenire al mondo libero. Spero che la Nato comprenda tutto ciò…”

4.Venerdì mattina. Decidiamo, con Raphaël Glucksmann, Gilles Hertzog e la deputata europea, di ritornare a Gori che, a seguito dell’accordo di cessate il fuoco redatto da Sarkozy e Medvedev, i Russi avrebbero cominciato ad evacuare e dove noi dovremmo raggiungere il patriarca ortodosso di Tbilisi in partenza, pure lui, per Shrinvali, dove cadaveri georgiani sarebbero abbandonati ai porci e ai cani. Ma il patriarca è introvabile. I Russi non hanno evacuato affatto. E siamo questa volta bloccati a venti chilometri da Gori quando una macchina, davanti a noi, viene presa di mira da una squadra irregolare che, sotto l’occhio placido di un ufficiale russo, fa scendere i giornalisti cui vengono strappati telecamere, denaro, oggetti personali e, alla fine, il veicolo. Falsa notizia, dunque, il solito balletto delle false notizie, arte nella quale gli artefici della propaganda russa sembrano decisamente essere divenuti maestri. Allora, direzione Kaspi, a metà strada tra Gori e Tbilisi, dove l’interprete della deputata ha la propria famiglia e dove la situazione dovrebbe essere più calma – ma, in realtà, ci aspettano due altre sorprese.. Dapprima le distruzioni. Anche qui, distruzioni. Ma distruzioni che, questa volta, non hanno colpito come primi bersagli né case né persone. Cosa allora? Il ponte, la stazione. La ferrovia che una squadra di addetti alla logistica guidati, dalla sua stanza, dal capo meccanico gravemente ferito all’anca, sta già rimettendo in sesto. Anche il sistema di comando elettronico del cementificio Heidelberg, a capitali tedeschi, è stato colpito da un missile a guida laser. “C’erano 650 operai, mi dice il direttore della fabbrica, Levan Baramatze. Solo 120 sono potuti venire oggi. Il nostro apparato produttivo è a pezzi.” A Poti, i Russi hanno affondato la marina di guerra georgiana. In tre punti, hanno colpito l’oleodotto BTC. Qui, a Kaspi, hanno colpito, deliberatamente, i centri vitali di una economia da cui dipende, indirettamente, quella della regione e del paese. Terrorismo mirato. Volontà, di nuovo, di mettere il paese in ginocchio.

E poi, seconda sorpresa, i carri armati. Siamo, lo ripeto, alle porte della capitale. Condoleezza Rice [segretario di Stato degli Stati Uniti, lo preciso], sta tenendo, in questo momento, una conferenza stampa. Ed ecco che appare, all’improvviso, volando a bassa quota sopra gli alberi, uno di quegli elicotteri da combattimento il cui arrivo indica sempre il peggio. E, subito dopo, quelli che restano degli abitanti di Kaspi si ritrovano in strada, davanti alle soglie delle case per essere presto imbarcati, a gruppi di dieci, sulle vecchie Lada – tutti urlano a chi vuole ascoltare e, in particolare, al nostro autista, che stanno arrivando i Russi e che bisogna scappare. Dapprima, non ci crediamo. Pensiamo: la stessa voce infondata dell’altro ieri. Ma ci sbagliamo. I carri armati sono proprio lì. Cinque, per la precisione. Più un’unità del genio che comincia a scavare trincee. Il messaggio è chiaro. Rice o no, qui i Russi sono a casa loro. Si piazzano, in Georgia, come su terra di conquista. Non è esattamente come l’invasione di Praga. È la sua versione XXI° secolo – lenta, a piccole mosse, a colpi di umiliazioni, intimidazioni, parate e panico…

5. L’incontro ha luogo, questa volta, alle 4 del mattino. Saakashvili ha trascorso la fine della giornata con la Rice. La vigilia con Sarkozy. All’una come all’altro è grato dei loro sforzi, della pena che si sono dati così come dell’amicizia di cui niente e nessuno lo farà dubitare – non si dà forse del tu con “Nicolas”? e il candidato McCain, “vicino a Madame Rice”, non gli telefona, dacché la crisi ha avuto inizio, tre volte al giorno? Ma riscontro sul suo viso, tuttavia, un’aria malinconia che non aveva la prima sera. La fatica, forse… Le notti senza sonno… Le continue sconfitte.. Il brontolio anche , che sente montare nel paese e che noi siamo obbligati, ahimè, a confermargli: “E se Misha non fosse in grado di proteggerci? E se questo ardente giovane presidente non attirasse su di noi che fulmini di guerra? E se, per sopravvivere, bisognasse passare per le ambizioni di Putin e per il fantoccio che tiene nella manica?” C’è tutto questo, sì, senza dubbio, nella melanconia del presidente, più un’altra cosa – più torbida e che attiene, come dire?, allo strano comportamento dei suoi amici.. L’accordo di cessate il fuoco, per esempio, ottenuto dall’amico Sarkozy e redatto, a Mosca, a quattro mani, con Medvedev. Rivede il presidente francese, lì, in quello stesso ufficio, così impaziente di vederlo firmare. Lo sente alzare il tono della voce, quasi gridare: “Non hai scelta Misha; sii realista, non hai scelta; quando i Russi arriveranno per destituirti, nessuno dei tuoi amici, nessuno, alzerà un dito per salvarti”. E che strana reazione, infine, quando lui, Misha Saakashvili, aveva ottenuto che venisse chiamato comunque Medvedev; e Medvedev aveva fatto rispondere che stava dormendo – non erano che le 21, ma lui dormiva, ed era irraggiungibile fino all’indomani mattina alle 9: anche lì il presidente francese si è infuriato; l’amico francese, nemmeno quella volta, ha voluto attendere; fretta di rientrare? Troppo sicuro che l’essenziale fosse firmare, non importa cosa ma firmare? Non è così, pensa Misha, che si negozia. Non è così che ci si comporta con gli amici.

Ho visto quel documento. Ho visto le annotazioni scritte di pugno dai due presidenti, dapprima da quello georgiano, e poi da quello francese. Ho visto il secondo documento, sempre firmato da Sarkozy e affidato a Condi Rice, a Brégançon, perché lo consegnasse a Saakashvili. E ho visto, infine, il memorandum di note redatto, in serata, da parte georgiana e da questa giudicato vitale.

La Rice ha ottenuto – e non è un dettaglio- che fosse tolta ogni allusione al futuro “statuto” futuro dell’Ossezia. Ha ottenuto – non è trascurabile- che fosse precisato che il “perimetro ragionevole” all’interno del quale le truppe russe erano autorizzate, nel primo documento, a continuare il pattugliamento per garantire la sicurezza dei russofoni della Georgia divenisse un perimetro di “qualche chilometro”. Ma, dell’integrità territoriale della Georgia, non si parla in nessun documento. E quanto all’argomento del legittimo aiuto portato ai russofoni, c’è da tremare all’idea dell’uso che ne sarà fatto quando saranno i russofoni dell’Ucraina, dei paesi baltici o della Polonia a sentirsi minacciati, a loro volta, da una volontà “genocida”… E’ l’Americano Richard Holbrooke, diplomatico di grosso calibro e vicino a Barak Obama, ritrovato, sul finire della notte, al bar del nostro comune hotel, ad avere l’ultima parola: “Aleggia, in questa vicenda, un cattivo odore di appeasement e di spirito di Monaco.” Eh sì. O siamo capaci di alzare veramente la voce e di dire, in Georgia, basta a Putin. Oppure l’uomo che è andato , secondo le sue stesse parole, “ad inseguire fin nei cessi” i civili della Cecenia si sentirà in diritto di fare la stessa cosa con qualsiasi altro suo vicino. Ed è così che di devono costruire l’Europa, la pace e il mondo di domani?

Bernard-Henri Lévy, Le Monde, 19.08.2008
(traduzione di Daniele Sensi)

SOS Georgia? SOS Europa!

Non crediate si tratti solo di una faccenda locale: si tratta probabilmente della svolta più decisiva nella storia europea dalla caduta del muro di Berlino. Ascoltate Mosca gridare: “genocidio!”, come accusa Putin che questa parola, però, non si è degnato di pronunciarla in occasione del 50° anniversario di Auschwitz; - e “Monaco!”, come invoca il tenero Medvedev, volendo insinuare che la Georgia, con i suoi 4,5 milioni di abitanti, sia la reincarnazione del Terzo Reich. Ci guarderemo dal sottovalutare le capacità mentali di tali dirigenti. Ma riteniamo che fingendo indignazione, essi non manifestino che la volontà di infliggere un duro colpo. E’ evidente che gli spin doctors del Cremlino abbiano ripassato i classici della propaganda totalitaria: più è grossa la mia menzogna, più sono convincente - e più serro colpi decisivi.

Chi ha sparato, questa settimana, per primo? La domanda non conta più nulla. I Georgiani si sono ritirati dall’Ossezia del Sud, territorio che la legge internazionale pone, non dimentichiamocelo, sotto la loro giurisdizione. Si sono ritirati dalle città vicine. Dovrebbero ritirarsi pure dalla loro capitale? La verità è che l’intervento dell’esercito russo fuori dai suoi confini, contro un paese indipendente membro dell’ONU, è una novità, dall’invasione dell’Afghanistan in poi. Nel 1989, Gorbaciov aveva rifiutato di inviare i carri armati sovietici contro la Polonia di Solidarnosc. Eltsin si è ben guardato, cinque anni dopo, dal permettere alle divisioni russe di entrare in Jugoslavia per sostenere Milosevic. Lo stesso Putin non ha rischiato di mobilitare le sue truppe contro la “rivoluzione delle Rose” (Georgia, 2002) ed in seguito contro la “rivoluzione arancione” (Ucraina, 2004). Oggi, tutto traballa. Ed è un mondo nuovo, con nuove regole, quello che si profila sotto i nostri occhi.

Cosa aspettano l’Unione europea e gli Stati Uniti per bloccare l’invasione della Georgia, loro amica? Vedremo Mikhail Saakashvili, leader filo-occidentale, democraticamente eletto, silurato, esiliato, rimpiazzato da un fantoccio, o appeso ad un cappio? L’ordine sarà ristabilito a Tbilisi così come venne ristabilito a Budapest nel 1956 e a Praga nel 1968? A queste semplici domande , una risposta, una sola, s’impone. Si tratta di salvare una democrazia minacciata di morte. Perché non si tratta solo della Georgia. Ma anche dell’Ucraina, dell’Azerbaigian, dell’Asia centrale, dell’Europa dell’Est, e dunque dell’Europa. Se permettiamo che i carri armati e i bombardieri distruggano la Georgia, è come se noi dicessimo a tutti i paesi più o meno vicini alla Grande Russia che mai noi li difenderemo, che le nostre promesse sono carta straccia, i nostri buoni propositi parole al vento e che da noi nulla devono aspettarsi.

Rimane poco tempo. Cominciamo dunque col denunciare chiaramente chi è l’aggressore: la Russia di Putin e di Medvedev, il fantomatico sconosciuto “liberale” che si ritiene dovrebbe ponderare il nazionalismo del primo. Rompiamo, dunque, con il regime della tergiversazione e delle lucciole prese per lanterne: i 200 000 ceceni uccisi -dei “terroristi”; la sorte del Caucaso del Nord - una “questione interna”; Anna Politkovskaya - una “suicida”; Litvinenko - un “E.T.”… E ammettiamolo infine che l’autocrazia putiniana, nata grazie agli oscuri attentati che insanguinarono Mosca nel 1999, non è un partner affidabile, ancor meno una potenza amica. In virtù di quale diritto questa Russia, aggressiva e in cattiva fede, è ancora membro del G8? Perché siede al Consiglio d’Europa, istituzione votata a difendere i valori del nostro continente? A che pro mantenere onerosi investimenti, soprattutto tedeschi, per il gasdotto sotto il Baltico con il solo vantaggio –russo- di mettere in corto circuito le condutture che passano dall’Ucraina e dalla Polonia? Se il Cremlino insiste con la sua aggressione nel Caucaso, non sarebbe opportuno che l’Europa riconsiderasse l’insieme delle sue relazioni con il grande vicino? Vicino che ha bisogno di vendere il suo petrolio, come noi di acquistarlo. Non è sempre impossibile ricattare un ricattatore. L’Europa, se trova l’audacia e la lucidità per lanciare la sfida, è forte. Altrimenti, è morta.

I due firmatari di questo articolo imploravano pubblicamente, in una lettera datata 29 marzo, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy di non ostacolare l’avvicinamento della Georgia e dell’Ucraina alla Nato. Una decisione positiva, scrivevamo, “tutelerebbe i due territori, quello georgiano e quello ucraino. Il gas continuerebbe ad arrivare. E la logica di guerra, che spaventa i Norpois, presto si incepperebbe. In caso contrario, siamo convinti che il nostro rifiuto lancerebbe un segnale disastroso ai nuovi zar della Russia nazionale e capitalista. Mostrerebbe loro che siamo deboli ed inetti, che la Georgia e l’Ucraina sono terre di conquista e che siamo disposti ad immolarle di buon cuore sull’altare delle rinnovate ambizioni imperiali russe. Non integrare o, meglio, non preoccuparsi di integrare questi paesi nello spazio della civiltà europea destabilizzerebbe la regione. In breve, è cedendo a Vladimir Putin, è sacrificandogli i nostri principi, è dichiarando forfait senza aver prima provato nulla, che noi rinforzeremo , a Mosca, il più aggressivo nazionalismo”. Era un considerare il peggio, senza volerci credere troppo. Me il peggio si è verificato. Per non disturbare Mosca, la Francia e la Germania hanno posto il loro veto a questa prospettiva di integrazione. Putin ha recepito così bene il messaggio che ha lanciato la sua offensiva a mo’ di ringraziamento.

È giunto il momento di cambiare metodo. Gli europei hanno assistito, impotenti perché divisi, all’assedio di Sarajevo. Hanno visto consumarsi, impotenti perché ciechi, la tragedia di Grozny. La viltà ci obbigherà, questa volta, a contemplare, passivi e prostrati, la capitolazione della democrazia a Tbilisi? Lo stato maggiore del Cremlino non ha mai creduto nell’esistenza di una “Unione europea”. Esso confida che, sotto le belle parole di Bruxelles, brulichino rivalità secolari tra sovranità nazionali, manovrabili a piacere e reciprocamente paralizzanti. Quello georgiano vale come test di esistenza o non esistenza: l’Europa così come la si è edificata contro la cortina di ferro, contro i fascismi, vecchi e nuovi, contro le sue stesse guerre coloniali, l’Europa che ha festeggiato la caduta del muro di Berlino e salutato le rivoluzioni di velluto, si ritrova sul bordo del coma. 1945-2008… Vedremo suggellarsi nel Caucaso, nelle olimpiadi dell’orrore, la fine della nostra breve storia comune?

André Glucksmann e Bernard-Henri Lévy, Libération, 14.08.2008
(traduzione di Daniele Sensi)