Bernard-Henri Lévy

Contributi al dibattito politico e culturale

Appunti di guerra

Yuval Diskin è il capo dello Shin Bet, il mitico e temibile Servizio di sicurezza interna dello Stato di Israele. Per quanto ne sappia, non ha mai parlato. Comunque, non dopo l'inizio di questa guerra. Ha una quarantina d'anni. È alto. Massiccio. Un aspetto da militare, smentito dal suo abbigliamento: jeans, scarpe da ginnastica e maglietta. Mi riceve, all'alba, nel suo ufficio a nord di Tel Aviv che, con le sue feritoie orizzontali, assomiglia a una casamatta. «Tutto questo per Sderot? — comincio io —. Questo diluvio di fuoco, e le vittime, per fermare i Qassam su Sderot, sulle altre città e sui kibbutz del Sud del Paese?». «Sì, certo — mi risponde irritato —. Nessuno Stato al mondo tollererebbe di veder cadere così, tutti i giorni, le granate sulla testa dei propri cittadini». Poi, visto che gli rispondo di saperlo e gli dico che, per una questione di principio e di solidarietà, vado a Sderot ogni volta che arrivo in Israele, e aggiungo che forse, negoziando, si poteva evitare di giungere a questo punto, egli s'interrompe, alza le spalle e, con il tono di chi decide, visto che gli altri ci tengono, d'entrare nei dettagli, riprende.

«Bisogna che lei capisca, in questo caso, chi sono quelli di Hamas. Noi li conosciamo meglio di chiunque. Talvolta, ho l'impressione di esser capace di seguire in tempo reale anche le loro minime decisioni, talvolta di precederle. Ebbene, siamo consapevoli di tre cose». Gli portano una tazza di caffè che beve in un sorso. «Intanto, la loro strategia, che è quella dei Fratelli musulmani di cui sono l'emanazione e che mira a prendere il potere, sulla lunga durata, in Libano, in Giordania, in Israele...». Faccio un cenno per dire che so. «Bene. In seguito, l'alleanza con l'Iran, che può sembrare contro natura tanto è pesante il contenzioso fra sunniti e sciiti, ma di cui conosciamo tutta la storia». La data: 1993. Lo scenario: un consiglio di ulema siriani, sauditi, cisgiordani, cittadini di Gaza. L'ispiratore: l'egiziano El Kardaoui, importatore in terra sunnita della strategia sciita degli attentati suicidi. «Infine, l'essenziale: la rete di trecento tunnel, scavati sotto la frontiera egiziana col tacito accordo di Mubarak il quale, ogni volta che ne parlavamo, giurava che se ne sarebbe occupato, ma purtroppo non faceva nulla, tanto era il timore di contrariare i suoi Fratelli musulmani». Come i pacifisti israeliani, si può pensare che la distruzione di quei tunnel sarebbe bastata. Si può ritenere — è il mio caso — che, avendo questa guerra già avuto come effetto di far scoprire al mondo intero l'esistenza dei tunnel e di aver messo quindi gli egiziani con le spalle al muro, Israele potrebbe fermarsi e decidere fin da oggi, 11 gennaio, un cessate il fuoco. Quel che non si può ignorare è il contesto: Gaza che, evacuata, non diviene l'embrione dello Stato palestinese tanto desiderato, ma la base avanzata di una guerra totale contro lo Stato ebraico.



Mi trovo a Baka-el-Garbil, vicino a Um-el-Fahem: è una delle città di arabi israeliani che nel 1948 hanno scelto di restare a casa loro e costituiscono, sessant'anni dopo, il 20 per cento della popolazione del Paese. Questo pomeriggio, la città è scesa in piazza: 15.000 persone protestano contro il «genocidio» di Gaza. Ci sono militanti, che indossano la kefiah a scacchi del Fatah. Altri, che sventolano la bandiera verde di Hamas. Vedo anche, all'inizio del corteo, giovani incappucciati che urlano — ricordo che siamo nel centro di Israele — facendo appello all'Intifada, alla Jihad, al martirio. «Questo Israele che voi rigettate non è il vostro Israele? — chiedo a uno di loro —. Non è lo Stato di cui siete cittadini allo stesso modo e con gli stessi diritti degli altri suoi cittadini?». Il ragazzo mi squadra come fossi un pazzo. Mi risponde che Israele è uno Stato razzista che lo tratta come una sottospecie, gli vieta di frequentare università e night- club e, di conseguenza, non si deve aspettare da parte sua che gli sia fedele. Raggiunge quindi i suoi compagni, abbandonandomi alle mie perplessità: bella solidità di una democrazia che, in tempo di guerra, si accontenta che un cittadino su cinque sia sull'orlo della secessione politica; e vertiginosa fragilità di un legame sociale di cui vediamo bene come potrebbe, dall'interno, sciogliersi. Altro contesto? No. Ma situazione di Israele.

«Nulla giustifica la morte di un ragazzino — mi ha detto Asaf, 33 anni, proprietario di un ristorante a New York e, nei periodi da riservista, pilota di elicotteri Cobra —. Nulla. Per questo, quando il rischio esiste, quando in cabina di pilotaggio mi accorgo che, prendendo di mira un obbiettivo militare, potrei colpire anche dei civili, lascio perdere e torno alla base». Ho sfidato Asaf a darmi la prova di quanto dice. È così che mi trovo nel Negev, sulla base di Palmachim, il sancta sanctorum della tecnologia israeliana dove in particolare sono stati sperimentati i famosi missili anti- missili Arrow. A bordo, videocassette di Asaf. Registrazione del suo dialogo, il 3 gennaio, con un interlocutore a terra durante il quale l'informa che ha deciso di interrompere la missione perché il «terrorista» in linea di mira è stato raggiunto da un bambino. E filmati incredibili — ne ho visti quattro — di missili già lanciati che il pilota, vedendo apparire un civile sul suo schermo o una jeep presa a bersaglio entrare nel garage di un edificio di cui non sono stati avvertiti, come è d'uso, gli occupanti, fa dirottare in piena corsa e esplodere in un campo. Che non tutti abbiano gli stessi scrupoli, lo immagino (infatti, come spiegare altrimenti i troppo numerosi e inaccettabili bagni di sangue?). Ma che in Tsahal esistano persone come Asaf, che le procedure comandino di agire piuttosto come Asaf, insomma che Asaf non sia l'eccezione ma la regola, è importante dirlo (e pazienza per il cliché che vuole ridurre Tsahal a un'accozzaglia di bruti che si accaniscono su donne e vegliardi).

Ehud Barak è a casa sua. L'avevo visto ieri a Palmachim, circondato dai suoi generali. Lo ritrovo oggi, in un salone lungo lungo, che sembra costruito attorno ai due pianoforti che egli suona da virtuoso. Anche lui evoca il dilemma morale a cui il suo esercito è confrontato. Descrive il calcolo di Hamas che, proprio perché sa come funzionano gli israeliani, installa i suoi depositi di armi nel cortile di una scuola, nella sala di un ospedale, in una moschea. «Delle due l'una — mi spiega con un tono in cui si scorge, ci giurerei, una curiosità da stratega di fronte a una tattica inedita —. O ne siamo informati e non spariamo, e loro hanno vinto. Oppure l'ignoriamo e spariamo, e loro filmano le vittime, inviano le immagini alle televisioni e hanno ugualmente vinto». Mi accingo a chiedergli come l'uomo di Camp David, la Colomba che offrì ad Arafat, nove anni fa, le chiavi di uno Stato palestinese che questi non volle, viva personalmente questo dilemma. E sto per fargli osservare che Israele non sarebbe a questo punto senza la serie di occasioni mancate, di passi falsi, di cecità dei governi che seguirono. Ma suona il telefono. È Condoleezza Rice che chiama per spingerlo, appunto, a concludere al più presto un cessate il fuoco. Perché al più presto, secondo lei? Il ministro-pianista sorride. Perché, per una questione di pochi giorni, lo stesso cessate il fuoco sarà opera sua, di Condy, o dell'altro Barack (Obama) che le ruberà la sua eredità.

Amos Oz è prostrato. Il grande scrittore, coscienza del Paese e, in particolare, del campo della Pace, autore di Aidez-nous à divorcer. Israël Palestine: deux Etats maintenant (Editions Gallimard 2004) che ritrovo a Gerusalemme dal nostro amico comune Shimon Peres, ricorda come Tsahal dovette trattare, sette anni fa, la vicenda del «genocidio di Jenin» (66 morti, di cui 23 israeliani). Poi, quando ci fu la guerra in Libano, il dramma di Cana (remake, secondo alcuni, dell'assalto al ghetto di Varsavia). Parliamo anche delle armi terrificanti che utilizzerebbe Tsahal (il cui effetto sarebbe di «assorbire» l'ossigeno attorno al punto di impatto). La voce che circola quel giorno, la storia di una casa, nella zona di Zeitun, dove sarebbero state attirate cento persone prima che si sparasse nel mucchio, gli sembra tuttavia così insensata che non sa come interpretarla, né come abbia preso forma. Pare che tutto sia cominciato con una vaga testimonianza raccolta da una Ong (Organizzazione non governativa). Poi ci si son messi i giornalisti: «Che si lasci entrare la stampa! Come possiamo smentire i "si dice" se non siamo presenti? ». Dopodiché, è il villaggio mediatico planetario ad agitarsi: «Tsahal avrebbe... Tsahal potrebbe... Il dottor X conferma che Tsahal sarebbe all'origine di...». Questi condizionali sottili e per modo di dire prudenti sono un vero veleno. Fra due giorni non si parlerà più delle dicerie di Zeitun. Ma quali saranno le conclusioni della gente? Che era una voce assurda? O che un orrore scaccia l'altro e che Tsahal, nel frattempo, avrebbe superato un altro gradino sulla scala dell'abominio e del crimine? Amos Oz, il Camus di Israele. La disinformazione, o il mito ebraico di Sisifo.

Un'altra voce, di cui io stesso ho potuto verificare l'infondatezza, è quella del «blocco umanitario». Sorvolo sul caso dell'Ospedale Shiba di Tel Aviv, il cui vice- direttore, Raphi Walden mi spiega che il 70 per cento dei pazienti sono palestinesi. Sorvolo sulla vicenda delle ambulanze colpite per sbaglio da Tsahal, ma deliberatamente bloccate dal ministero della Salute di Hamas, che prende in ostaggio i suoi civili e soprattutto non vuole che siano curati all'ospedale Soroka di Beer Sheva. L'informazione decisiva la ricevo il 14 gennaio, al terminal di Keren Shalom, estremo sud della striscia di Gaza, dove un centinaio di camion passano, come ogni mattina, sotto gli occhi vigili dei rappresentanti delle Ong. Farina, medicinali, alimenti per neonati, coperte. Nulla, nessuno e soprattutto non gli abituali soccorsi umanitari potranno attenuare, qui come altrove, le sofferenze delle famiglie che hanno perso uno dei loro cari. Ma i fatti sono i fatti. E il fatto è che più di 20.000 tonnellate sono entrate, dall'inizio dell'operazione, sotto le insegne dell'Unicef o del World Food Program. Come mi dice il colonnello Jehuda Weintraub il quale, in un'altra vita, scrisse una tesi su Chrétien de Troyes e che, a sessant'anni, si impegna nel «coordinamento » degli aiuti: «La guerra è sempre orribile, criminale, piena di furore; perché aggiungere, alla sua atrocità, la menzogna?».

A Parigi, si alzano i toni. Jean-Marie Le Pen dichiara che Gaza è un campo di concentramento. Altri, vicini alla sinistra radicale, gridano che da molto tempo non c'era stato un massacro di musulmani peggiore di quello degli abitanti di Gaza. E i 300.000 del Darfur? E i 200.000 bosniaci? E le decine di migliaia di ceceni che Putin andò a «snidare fin dentro i cessi» e che non vi strapparono neanche una lacrima? Diversamente da voi, desideroso di provare almeno ad andare a vedere, il 13 gennaio, scesa la notte, sono entrato nei sobborghi di Gaza City, nel quartiere Abasan Al-Jadida, un chilometro a nord di Khan Yunis, «embedded» nell'unità di élite Golani. So, per averlo evitato tutta la vita, che il punto di vista dell'«embedded» non è mai il buon punto di vista. E non pretenderò di aver capito in qualche ora lo spirito di questa guerra. Ma, detto questo, ecco la mia testimonianza. I combattenti di Varsavia non avevano, purtroppo, le mine anticarro come quella appena esplosa sotto le ruote di un veicolo passato venti minuti prima del nostro. I loro aggressori non conoscevano quella stanchezza, quel profondo disgusto per la guerra che esprimono il comandante Gidi Kfirel e i quattro riservisti che ci accompagnano. Infine, posso sbagliarmi, ma le poche, le pochissime cose che vedo (palazzoni immersi nell'oscurità ma in piedi, frutteti all'abbandono, la via Khalil al-Wazeer con i negozi chiusi) indicano una città frastornata, che si trova in trappola, terrorizzata, ma certamente non una città rasa al suolo, come poterono esserlo Grozny o certi quartieri di Sarajevo. Questo è ancora un fatto.

Ehud Olmert a Gerusalemme. Racconta, non senza comicità, il balletto dei mediatori troppo frettolosi. Torna a parlare del doppio gioco di un Mubarak che la comunità internazionale dovrà pur costringere a chiudere le sue frontiere ai beduini contrabbandieri. Ma ecco che Olmert cambia tono. E con una voce più bassa, quasi confidenziale, comincia a raccontarmi l'ultima visita di Abu Mazen, tre settimane fa, proprio in questo ufficio, dove ora mi trovo io. «Gli ho fatto un'offerta. 94,5 per cento della Cisgiordania. Più 4,5 per cento sotto forma di scambio di territori. Più un tunnel, sotto il suo controllo, che colleghi la Cisgiordania a Gaza e che equivale all'1 per cento mancante. Quanto a Gerusalemme, una soluzione logica e semplice: i quartieri arabi per lui; i quartieri ebraici per noi; e i Luoghi Santi sotto un'amministrazione congiunta saudita, giordana, israeliana, palestinese, americana. Abu Mazen m'ha chiesto di lasciargli il foglio su cui avevo disegnato lo schema. Non gliel'ho dato, perché lo conosco e so che, la prossima volta, l'avrebbe utilizzato come punto di partenza di un contro-negoziato. Comunque, l'offerta c'è... Aspetto...». È troppo bello per essere vero? Possibile che siamo passati, così di recente, tanto vicini alla pace?

Abu Mazen non è a Ramallah, capitale dei palestinesi moderati. E nemmeno Yasser Abed Rabbo, con il quale una volta sostenemmo il piano di pace di Ginevra e che, anche lui, si trova al Cairo. Al loro posto, in un edificio del centro, incontro Mustafa Barghuti, presidente della Palestinian Relief Society, e Mamdouh Aker, medico, autorità morale e veterano del dialogo israelo-palestinese. Né l'uno né l'altro credono alla serietà di un'offerta di pace proposta da un primo ministro che sta per lasciare il proprio posto. Entrambi parlano severamente di Abu Mazen, colpevole di instaurare uno «Stato poliziesco». Soprattutto, mi rendo conto di come stiano attenti a non dire nulla che sembri attaccare Hamas che, come sanno, ha la solidarietà della piazza palestinese. Eppure, riflettendo bene, ascoltando il primo parlarmi con nostalgia del «piano saudita » di coesistenza dei due Stati, osservando il secondo animarsi solo nell'evocare la sua «Lettera a Yitzhak Rabin», pubblicata nel 1988 dal Jerusalem Post perché i giornali arabi l'avevano rifiutata, guardando infine, al ritorno, l'atteggiamento dei giovani e il volto scoperto delle ragazze che fanno la fila con me per entrare a Gerusalemme, al check-point di Kalandiya, mi sorprendo a crederci di nuovo. Ma certo, eccoli qua, gli interlocutori di Israele. Sono qui i partner della pace futura. Una pace malgrado tutto. Una pace al di là delle devastazioni e delle lacrime. Una pace ragionata, senza effusioni né entusiasmi, ma forse, per questo, più che mai a portata di mano. Due popoli, due Stati. Una pace, e nulla di più.

Bernard-Henri Lévy, Le Journal du Dimanche, 18.01.2009

(traduzione per il Corriere della Sera, Daniela Maggioni)

L'analisi Da Ramallah - I veri palestinesi sono moderati


Tralasciamo il «Morte agli ebrei» su alcune bandiere durante le manifestazioni di Bruxelles, Parigi o Madrid. Tralasciamo il sindacato italiano della Flaica-Cub che in «segno di protesta» contro l'operazione israeliana a Gaza fa un appello — avvenimento senza precedenti in Europa, da tre quarti di secolo — a «non comprare più nulla nei negozi appartenenti a membri della comunità ebraica». Non avrò la crudeltà di insistere sull'asse, a dir poco nauseabondo, che si forma quando la signora Buffet ( dirigente del partito comunista francese, n.d.t.), il signor Besançenot ( dirigente di un nuovo partito anticapitalista N.P.A, n.d.t.) e altri vengono raggiunti in testa di corteo dal faurissoniano ( Robert Faurisson, celebre negazionista, n.d.t.) Dieudonné ( attore comico francese, n.d.t.) o quando il suo degno compare, Jean-Marie Le Pen, si unisce al coro per paragonare la Striscia di Gaza a «un campo di concentramento».

Per un caso, proprio da Ramallah, capitale dell'Autorità palestinese, e poi da Sderot, la città israeliana alla frontiera di Gaza continuo bersaglio del fuoco dei razzi Qassam, scopro le immagini di simili manifestazioni di sostegno alla «causa palestinese». Proprio da questi due luoghi, vedo le folle di europei urlanti, vociferanti e scatenati: le immagini scorrono mentre sono in compagnia di persone la cui sola preoccupazione resta, malgrado le bombe, le sofferenze e i morti, quella di non perdere mai il filo della convivenza e del dialogo. Voglio dunque aggiungere alcune riflessioni a quelle già fatte nei giorni scorsi e che hanno dato vita, da parte degli internauti di Point, a una enorme serie di reazioni. Primo.

Che sollievo vedere i palestinesi veri, reali, anziché quelli immaginari che, in Francia, pensano di fare la resistenza prendendo di mira le sinagoghe! I primi, lo ripeto, si impongono di essere moderati e con ammirevole sangue freddo si sforzano di mantenere le chance della convivenza di domani; i secondi sono rabbiosi, più radicali dei radicali, pronti alla violenza, nelle strade di tutta Europa, fino all'ultima goccia di sangue dell'ultimo palestinese. I primi considerano e riflettono, sanno che niente in questa storia è tutto nero o tutto bianco, e conoscono la schiacciante responsabilità di Hamas nel disastro in cui sta precipitando il loro popolo. I secondi, come se la confusione non fosse già abbastanza, si bevono di gusto le enormi panzane della propaganda anti-israeliana e fanno dei teorici dell'attentato suicida e dello scudo umano, dei nuovi Che Guevara, di cui sfoggiano emblemi e simboli: anziché infondere calma, mettono in scena la politica del peggio, infiammando gli animi.

Secondo. Quale regressione, quale azzeramento del pensiero e dell'azione, da parte di costoro, che da lontano, ignorando i contorni del dramma, fomentano odio, quando invece si dovrebbe fare di tutto per andare nel senso della pace e della riconciliazione! La pace vuole due Stati che accettino di vivere l'uno accanto all'altro, e che comincino a dividersi la terra; la pace vuole, da entrambe le parti, la rinuncia all'estremismo, a posizioni radicali, ai luoghi comuni, e perfino ai sogni. La pace implica, per esempio, che Israele si ritiri dalla Cisgiordania così come si è ritirata dal Libano e da Gaza, ma implica l'esistenza di una parte palestinese che non tragga vantaggio dalla ritirata per trasformare, ogni volta, il territorio evacuato in una base per il lancio di missili sui civili. La pace deve passare per il cessate il fuoco, per la fine della guerra che sta facendo un insostenibile numero di vittime, soprattutto tra i bambini. Ma questa pace passa anche attraverso l'eliminazione politica di Hamas, cui poco o nulla importa delle vittime, e della pace — e che, non essendo stata capace di imporre la sharia al suo popolo, lo trascina sulla via del «martirio» e dell'inferno.

Terzo. Sono a Ramallah, dunque. A Sderot e a Ramallah. E vedendo da Sderot e da Ramallah questa mobilitazione contro un «olocausto», che nel momento in cui scrivo è di 888 morti, mi faccio una semplice domanda. Dov'erano i manifestanti quando si trattava di salvare, non gli 888, ma i 300.000 morti dei massacri programmati del Darfur? Perché non si sono visti nelle strade quando Putin radeva al suolo Grozny e trasformava decine di migliaia di ceceni in tiro al bersaglio? Perché hanno taciuto quando, tempo prima, e per anni, e stavolta nel cuore stesso dell'Europa, sono stati sterminati 200.000 bosniaci, il cui solo crimine era quello di essere nati musulmani? Per alcuni, i musulmani sono buoni solo quando sono in guerra con Israele. Meglio ancora: ecco i nuovi seguaci dell'antico «due pesi, due misure » che si preoccupano della sofferenza di un musulmano solo quando possono attribuirne la colpa agli ebrei. L'autore di questo articolo ha manifestato, in prima fila, per il Darfur, per la Cecenia e per la Bosnia. Si batte, da 40 anni, per un valido stato palestinese accanto a quello di Israele. Mi si permetterà di considerare questo doppio atteggiamento ripugnante e frivolo.

Bernard-Henri Lévy, Corriere della Sera, 14.01.2009

Liberare i palestinesi da Hamas

Non sono un esperto militare, mi asterrò quindi dal giudicare se i bombardamenti israeliani su Gaza potevano essere più precisi, meno intensi. Non sono mai riuscito, da decenni, a distinguere fra morti buoni e cattivi o, come diceva Camus, fra «vittime sospette» e «carnefici privilegiati», ragione per cui sono sconvolto pure io, ovviamente, dalle immagini di bambini palestinesi uccisi.

Ciò detto, e tenuto conto del vento di follia che, ancora una volta, come sempre quando si tratta di Israele, pare impadronirsi di certi media, vorrei ricordare alcuni fatti.

1. Nessun governo al mondo, nessun altro paese se non quest’Israele vilipeso, trascinato nel fango, demonizzato, tollererebbe di vedere migliaia di granate cadere, per anni, sulle proprie città: in questa vicenda, la cosa più sorprendente, il vero motivo di stupore, non è la «brutalità» di Israele - bensì, letteralmente, che Israele si sia tanto a lungo trattenuto.

2. Il fatto che i Qassam di Hamas e, ora, i suoi missili Grad, abbiano provocato così pochi morti non significa che essi siano artigianali, inoffensivi, ecc., ma che gli israeliani si proteggono, vivono rintanati nelle cantine dei loro edifici, nei rifugi: un’esistenza da incubo, in sospeso, al suono delle sirene e delle esplosioni - sono stato a Sderot, io so.

3. Il fatto che le granate israeliane facciano, al contrario, tante vittime, non significa, come sbraitavano i manifestanti lo scorso week-end, che Israele si abbandoni ad un «massacro» deliberato, ma che i dirigenti di Gaza hanno scelto l’atteggiamento inverso ed espongono le loro popolazioni: vecchia tattica dello «scudo umano » che fa sì che Hamas, come Hezbollah due anni fa, installi i propri centri di comando, i depositi d’armi, i bunker, nei sotterranei degli edifici, degli ospedali, delle scuole, delle moschee - tattica efficace ma ripugnante.

4. Tra l’atteggiamento degli uni e quello degli altri esiste, comunque, una differenza capitale che non possono ignorare coloro che vogliono farsi un’idea giusta, e della tragedia, e dei mezzi per porvi fine: i palestinesi mirano sulle città, ovvero sui civili (e questo, nel diritto internazionale, si chiama «crimine di guerra»); gli israeliani, invece, su obiettivi militari, provocando, senza volerlo, terribili danni civili (cosa che, nel linguaggio della guerra, ha un nome, «danni collaterali», che, seppur odioso, rimanda ad una vera dissimmetria strategica e morale).

5. Poiché occorre mettere i puntini sulle i, ricorderemo ancora un fatto al quale stranamente la stampa francese ha dato poco risalto e di cui non conosco ciononostante alcun precedente, in nessun’altra guerra, da parte di nessun altro esercito: le unità di Tsahal, durante l’offensiva aerea, hanno sistematicamente telefonato (la stampa anglosassone parla di 100.000 chiamate) agli abitanti di Gaza residenti nei pressi dei bersagli militari per invitarli ad evacuare la zona; che questo non cambi nulla della disperazione delle famiglie, delle vite stroncate, della carneficina, è evidente; ma che le cose si svolgano così non è, tuttavia, un dettaglio del tutto privo di senso.

6. Ed infine, quanto al famoso blocco integrale imposto ad un popolo affamato, privo di tutto e precipitato in una crisi umanitaria senza precedenti (sic), anche qui le cose non stanno proprio così: i convogli umanitari non hanno mai smesso di transitare, fino all’inizio dell’offensiva terrestre, per il punto di passaggio Kerem Shalom; solamente nella giornata del 2 gennaio 90 camion di viveri e di medicinali sono potuti entrare, secondo il New York Times, nel territorio; e voglio anche ricordare (cosa che dovrebbe essere evidente, ma, a leggere ed ascoltare taluni, pare sia meglio dirlo…) come gli ospedali israeliani continuino, nel momento in cui scrivo, ad accogliere e curare, tutti i giorni, i feriti palestinesi.

Speriamo che i combattimenti cessino al più presto. E che al più presto i commentatori tornino in sé – scopriranno così che negli anni Israele ha commesso tanti errori (occasioni mancate, lungo diniego della rivendicazione nazionale palestinese, unilateralismo), ma che i peggiori nemici dei palestinesi sono quei dirigenti estremisti che non hanno mai voluto la pace, che non hanno mai voluto uno Stato e che hanno sempre concepito il proprio popolo solo come strumento e ostaggio (immagine sinistra di Khaled Mechaal che, sabato 27 dicembre, mentre si precisava l’imminenza della risposta israeliana tanto desiderata, non sapeva far altro che esortare la propria «nazione» a «offrire il sangue di altri martiri» - e questo dal suo confortevole esilio a Damasco, dal suo nascondiglio…).

Oggi, delle due l’una. O i Fratelli musulmani di Gaza ristabiliscono la tregua che hanno rotto e dichiarano decaduta una Carta fondata sul puro rifiuto dell’«Identità sionista»: ed allora si uniranno al vasto partito del compromesso che, Dio sia lodato, non smette di progredire nella regione - e sarà la pace. Oppure continuano, ostinati, a vedere nella sofferenza dei loro compagni solo un buon carburante per le proprie passioni riacutizzate, per il proprio folle e nichilista odio - ed allora non solo Israele, ma gli stessi palestinesi dovranno essere liberati dall’oscura influenza di Hamas.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 8.01.2009
(traduzione di Daniele Sensi)

Un Kennedy nero

Forse mi sbaglio.

Ma penso che l’America non abbia mai conosciuto una campagna tanto lunga, né tanto spietata, quanto quella vede opporsi Barack Obama a John McCain.

E credo, altresì, che da molto non si vedeva un dibattito tanto acceso, tanto importante, incentrato su questioni letteralmente cruciali, quanto quello che scuote, in questa occasione, gli Stati Uniti.

Ricordiamo bene la teoria di Samuel Huntington sul famoso “choc” di civiltà, sulla presunta opposizione tra “il West” e “il resto”, tra l’Occidente e il resto del mondo, tra l’America e l’Islam. Una teoria smentita, grazie al cielo. Una teoria che tutti gli spiriti ragionevoli ritengono sommaria, stupidamente guerriera, priva di considerazione per le faglie che attraversano i pretesi “blocchi” delle pretese “civiltà”, una teoria superficiale. Ma, a leggere la stampa degli ultimi giorni, a vedere la febbre che s’impadronisce dei due elettorati, a osservare con quale fervore gente giovane che mai, fino ad ora, aveva pensato d’iscriversi alle liste elettorali, si appresta, questa volta, a votare, si ha la sensazione di vedere tale teoria trovare qui, in questa occasione, un campo d’applicazione tanto esatto quanto imprevisto: come se il vero choc, la vera diatriba, il vero scontro delle vere civiltà, stesse qui- nello scontro tra i sostenitori d’Obama e quelli di un McCain che lascia dire alla sua vice, Sarah Palin, che Mosè era contemporaneo ai dinosauri, che il creazionismo dovrebbe essere insegnato nelle scuole con legittimità pari a quella del darwinismo o che gli Stati a maggioranza democratica non sono del tutto “americani”…

Non che Barack Obama sia l’uomo provvidenziale la cui sola apparizione possa essere sufficiente a rimuovere questa parte maledetta dell’ideologia americana.

E non si tarderà d’altronde, qualora venisse eletto, a veder affievolirsi l’entusiasmo, nella stessa Francia, degli elettori per procura di un uomo politico, eccezionale certo, ma che è solo un politico e non l’incarnazione di una umanità nuova, cittadina del mondo, meticcia –né, ancor meno, di non so quale Che Guevara che possa espiare tutti i peccati dell’America sull’Altare della Giustizia eterna.

Ma allo stesso tempo…

Obama presidente vorrà dire, volenti o nolenti, un viso nuovo per un paese devastato dagli anni Bush.

Obama presidente vorrà dire, anche senza un ritiro immediato dall’Iraq, una vera svolta nella politica estera americana nel senso del multilateralismo e della mano tesa al mondo.

Obama presidente vorrà dire, sul piano interno, un principio di unità per una società che non è mai stata tanto divisa, balcanizzata, tribalizzata, quanto in questi tempi cupi in cui il retaggio delle vecchie segregazioni trova rinforzo nell’irresponsabilità politica propria dei comunitarismi postmoderni.

Obama presidente sarà l’epilogo, in questo senso, di una lunga e bella storia avviata all’indomani della guerra di Secessione, portata avanti dai sostenitori di Martin Luther King e a confronto della quale i mandati di George W.Bush appariranno presto come una disincantata parentesi.

Obama presidente vorrà dire, sul piano sociale, l’avvio di quel famoso piano di copertura sanitaria universale la cui assenza era una macchia, un incomprensibile disonore, per quella grande democrazia.

E Obama presidente vorrà dire, infine, un programma economico (politica fiscale indirizzata al rilancio della domanda, aiuto alle collettività locali più toccate dalla crisi immobiliare, regolamentazione di un capitalismo la cui intelligenza quasi diabolica scappa ai suoi stessi attori ) che è il solo che possa, lentamente ma con certezza, riparare i danni commessi da questi decenni di regno della scuola di Chicago.

Il popolo americano avverte tutto ciò, non ne dubito.

Tutto questo hanno in testa coloro che vedono nell’elezione di Obama la possibilità del risveglio di un’America che riannoderà con il meglio di se stessa e della sua eredità.

Quanto a me, io non ho che un rimorso: il titolo di quel primo articolo che, quattro anni fa, dopo il nostro incontro, consacrai a colui che ancora era solo il giovane senatore dell’Illinois.

Quell’articolo, dapprima apparso sull’Atlantic Monthly, poi ripreso in “American Vertigo”, l’avevo dapprima titolato: “A Black Kennedy”.

Poi, su richiesta degli editori dell’Atlantic per i quali davo troppa importanza ad un illustre sconosciuto, avevo finito per attenuare titolando più modestamente: “A Black Clinton”.

Ebbene, me ne dispiaccio.

Perché dire “Clinton” significava già molto – ma era “Kennedy”, ce ne rendiamo conto quattro anni dopo, il vero nome della speranza che quel giovane uomo annunciava ed incarna.

Che Obama entri alla Casa Bianca, che diventi, come scrivo su queste colonne da anni, il 44° presidente degli Stati Uniti, e sarà, come per Kennedy, il segno di quella rinascita tanto morale quanto sociale, tanto economica quanto politica, attesa dagli Stati Uniti e, dunque, dal mondo.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 30.10.2008
(traduzione di Daniele Sensi)

Fiducia o barbarie

E’ un momento veramente straordinario.

Un mondo le cui fondamenta vacillano.

Un sistema che credevamo certo come l’aria che respiriamo e che, invece, nel giro di pochi giorni, perde i suoi punti di riferimento, le sue evidenze, e sembra come risucchiato da un buco nero.

Il denaro – “nerbo della pace”- come sangue che si rapprende.

Il credito – bella parola che testimonia, anche, la fede degli uomini in altri uomini- come un meccanismo che s’inceppa e si ferma.

La fiducia – la famosa “Fiducia” che altro non è , dopotutto, se non l’altro nome del patto sociale e delle ragioni del suo perpetuarsi- come un incantesimo che svanisce.

Si pensa a quei testi della filosofia politica classica che non si prendevano troppo seriamente e che tentavano di far luce sull’enigma del costituirsi della società.

Si pensa al “Leviatano”, al “Contratto sociale” e ai trattati “Sulla servitù volontaria” che consideravamo alla stregua di piacevoli fantasie e che invece ci parlavano proprio di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi, con questa crisi senza precedenti nella storia del capitalismo.

Cos’è un legame sociale e come si rompe? Ecco. Ci siamo. E questo tracollo, questo naufragio, ce ne danno un’immagine abbastanza precisa.

Cos’è il tempo politico e come s’ingolfa? Prendete i quattro giorni persi dai parlamentari americani prima di decidersi a votare il piano Paulson; prendete quei quattro insignificanti giorni che però sappiamo aver contato il doppio, il triplo in più, e che hanno causato, come tutte le esitazioni in quelle situazioni un tempo qualificate come “prerivoluzionarie”, irreparabili danni.

L’uomo, un lupo per l’uomo? La paura del lupo che dorme nell’uomo e il timore, sotto la vernice mal fissata della civiltà, dello stato di natura che fa ritorno? Guardate quei principi della finanza, che ieri andavano tanto d’amore e d’accordo e che ora, all’improvviso, si scontrano sul bordo dell’abisso, si prendono per la gola e si sfidano a chi cadrà per ultimo; guardate la danza tra i lupi, quel feroce balletto di predatori esangui che si annusano, che fiutano la morte annunciata del vicino e che mettono gli occhi sulle sue spoglie- guardate il tango dell’odio incandescente cui si è dato il nome pudico di “credito interbancario che si esaurisce”.

In questi giorni s’è sentito odore di condanna a morte e di suicidio collettivo in seno alla piccola muta di belve.

Si è avuta la sensazione si una giga, di una fatale danza del Rigaudon, da cui quegli stessi che avevano condotto il mondo della finanza all’implosione a causa della propria irresponsabilità, del proprio egoismo devastatore come, è bene dirlo, della propria intelligenza divenuta folle e, in senso proprio, diabolica, pensavano di potersi tirare fuori facendovi precipitare gli altri.

E per tutti il risultato è stata un’apocalisse di cui era facile esporre l’implacabile concatenamento di conseguenze ma di cui nessuno sapeva disinnescare il meccanismo: come rispondere a risparmiatori che vengono a prelevare danaro che non si ha? come reagire alla messa in cessazione di pagamento dei fornitori di elettricità e di gas? cosa succede quando folle di risparmiatori riuniti, o di disoccupati disperati, o di debitori assillati dagli stessi che li hanno spinti ad indebitarsi, vengono, secondo uno scenario che la storia francese conosce, ahimè, molto bene, a gridare la propria collera sotto le finestre degli aggiotatori e degli speculatori?

I responsabili, in simili momenti, hanno due possibilità.

Ovviamente stanno tutti sulla nostra stessa barca fatta d’ignoranza del mondo oscuro, sconosciuto, mosso da nuove minacce.

Tutti, non c’è dubbio, brancolano, incespicano e, domenica sera, d’altronde, facevano fatica ad evitare, sulla scalinata dell’Eliseo, chi un lapsus, chi una goffaggine retorica, chi uno di quegli impercettibili movimenti del corpo che tradiscono la vertigine.

Ma tra loro, tuttavia, ci sono differenze.

Ci sono quelli, come un tempo Valéry Giscard d’Estaing secondo una frase rimasta famosa di Raymond Aron, ignorano che la Storia è tragica e credono che tutto, sempre, debba finire col mettersi a posto: la partita non è chiusa? non è votata a convulsioni che non sono e non saranno più che innocenti piroette?

E ci sono quelli, all’inverso, sensibili al Tragico e che sanno che niente è più fragile, precario, pronto a disfarsi, che un legame sociale ben annodato – “tutto tiene solo per magia” diceva un altro Valéry, lo scrittore, citato, questa volta, da Sartre: si parte da una crisi finanziaria ed è tutto il tessuto che, poco per volta, finisce per sfaldarsi; all’inizio si tratta della folla terrorizzata e, alla fine, ecco il gruppo in fusione terrorista, scatenato, con voglia di linciare.

Nicolas Sarkozy, l’altra sera, ha dimostrato di appartenere evidentemente al secondo tipo: concentrato, determinato, tipo un anti-Giscard ossessionato dalla situazione nello stesso momento in cui la prendeva di petto, con, negli occhi, un po’ di quel terrore lucido che fa gli uomini di Stato.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 16.10.2008
(traduzione di Daniele Sensi)