Cesare Battisti, il Brasile e l'Italia: questione di principio
Qui non si tratta dell’uomo Cesare Battisti.
Non so se abbia commesso o meno i crimini che gli vengono imputati e che lui nega con ostinazione dall’inizio.
E, più in generale, odio il terrorismo, terrorismo di cui egli si fece propagandista e per il quale io non ammetto, mai, circostanze attenuanti.
Ciò detto, assisto alle reazioni della stampa a seguito dell’asilo politico accordatogli dal ministro brasiliano della Giustizia, Tarso Genro.
Osservo, in Italia, lo strano clima d’isteria a fronte dell'idea di veder fuggire un uomo che abbracciò, come migliaia d’altri, l’imbecille tesi della “lotta armata”, ma di cui si sta facendo -sic- il peggior criminale degli anni di piombo, l’incarnazione del loro orrore, la personificazione del male, il diavolo.
E credo che occorra rammentare, ancora una volta, un certo numero di princìpi, a qualunque costo, e anche se il tutto pare poco importante rispetto alla crisi sociale, alla povertà in aumento o all’esplosione in Guadalupe.
1. L’Italia è, senza dubbio, une grande democrazia. Ma anche alle più incontestabili democrazie accade di nascondere punti d’imperfezione e zone d’ombra. Gli Stati Uniti e la pena di morte… La tortura, in Francia, all’epoca della guerra d’Algeria... L’Inghilterra, minata, per decenni, da una guerra civile irlandese che sembrava non potesse risolversi se non nel sangue e nelle leggi d’eccezione... Ebbene, allo stesso modo l’Italia che, nell’urgenza della lotta al terrorismo degli anni 70, si è dotata di un arsenale legislativo contemplante, in particolare, una legge sui pentiti capace di accordare ad un uomo un'impunità totale o parziale a condizione di scaricarne il peso su qualcun altro. E’ quanto accaduto a Battisti. E’ sulla parola di pentiti (tra i quali il suo capogruppo, il sinistro Pietro Mutti) che Battisti è stato condannato, vent’anni fa, all’ergastolo. E a distanza di tempo, ora che si è usciti dallo stato d’emergenza ed è giunto il momento di curare le ferite, vi è, in questa faccenda, qualcosa di inaccettabile.
2. Tra i punti critici della democrazia italiana, c’è un’altra bizzarria, e si tratta di quella legge sulla contumacia per la quale un imputato, condannato in sua assenza e poi catturato dalla giustizia, si vedrà applicare automaticamente la pena già stabilita senza la possibilità, come avviene in Francia per esempio, di essere giudicato un'altra volta. Battisti, durante quel processo in contumacia, fu rappresentato da un avvocato da egli stesso incaricato durante l’esilio messicano? No, dice giustamente Fred Vargas, che, perizie grafologiche alla mano, ha mostrato ai Brasiliani come esistesse più di un dubbio sull’autenticità di quel mandato. E mai, soprattutto, la difesa di un avvocato potrà sostituire completamente la comparizione davanti a un giudice, faccia a faccia, parola contro parola, di un uomo su cui pesano presunti crimini tanto terribili. Qualsiasi cosa abbia fatto o potuto fare, trent’anni fa, il futuro autore di “Cargo sentimentale”, aveva diritto, pure lui, almeno una volta, di incontrare i propri giudici. Ed è perché quel diritto non gli veniva riconosciuto, è perché il Codice penale italiano stabilisce che, in caso di estradizione, gli toccherebbe direttamente la prigione a vita, che non poteva che apparire giusto accordargli, sebbene il termine suona improprio, anche se può scioccare, lo status di “rifugiato politico”.
3. Non si affronta un problema tanto enorme quanto quello degli anni di piombo italiani fabbricando un mostro, incollando sulla sua schiena la totalità dei crimini dell’organizzazione cui apparteneva, cucendogli sulla pelle l’intero carico dei peccati di un’epoca di cui egli non fu che una pallida comparsa - insomma producendo un capro espiatorio la cui esecuzione giudiziaria darebbe la sensazione di essersela sbrigata, a buon prezzo, col doveroso lavoro della rievocazione e del lutto. Tuttavia ciò è quanto ha fatto Silvio Berlusconi estraendo dal cappello, cinque anni fa, quel nome di Battisti che tutti, o quasi, avevano dimenticato. Ed è ciò che fa quella parte dell’opinione pubblica italiana che preferisce cancellare, accusando il solo Battisti, la terrificante complessità di un’epoca in cui si affrontarono i terrorismi di estrema sinistra e i terrorismi di estrema destra, così come gli intrighi mafiosi di uno Stato che strumentalizzava gli uni e gli altri (si veda il film “Il Divo”, che Paolo Sorrentino ha appena consacrato all’inossidabile presidente del Consiglio di quegli e dei successi anni, Giulio Andreotti). Tutto ciò non fa bene né all’Italia di oggi, né alla lotta contro il terrorismo di domani, né, infine, alle vittime che nulla hanno da guadagnare, nulla, nel vedersi gettare in pasto, a saldo di ogni conto, dei colpevoli incerti.
Non so se sia questo, in questi termini, a essersi detto il ministro della Giustizia del presidente Lula. Ma credo che la sua decisione sia stata saggia. Credo che sia irragionevole scatenarsi contro un Brasile trasformato (e con quale disprezzo!) in una repubblica delle banane più nota “per le sue ballerine che per i suoi giuristi”. Perché la verità di una vicenda che non sarebbe mai dovuta diventare “l’affare Battisti” è questa: poco importano, in simili casi, le persone; poco importa che queste abbiano bell’aspetto, stampa favorevole, buona reputazione o che ispirino simpatia; i princìpi sono princìpi solo se ad essi non si ammettono eccezioni.
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 19.02.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
Vent'anni fa, l'affaire Rushdie
In comune la stessa età. E la stessa passione per l’India, così come il privilegio di aver conosciuto, e di averne parlato nei nostri libri, Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir, il vecchio Primo ministro ucciso per impiccagione. Osservo da lontano il percorso di questo contemporaneo quasi perfetto, quando, un giorno di febbraio del 1989, giunge la notizia: l’ayatollah Khomeyni, cui non restano che pochi mesi di vita, ha appena promulgato una fatwa di morte contro l’autore dei “Versetti satanici”.
Come molti altri scrittori la mia reazione è immediata, e si contrappone alle prudenze dei responsabili politici e religiosi del pianeta: solidarietà istintiva, incondizionata, al romanziere. Questo perché sento, tra l’altro, che qualcosa di essenziale sia in gioco lì, sotto i nostri occhi, nel fragoroso furore delle sommosse di Karachi, Delhi o Londra: la vita di un uomo, ovvio; il diritto di un romanziere di poter continuare a dar vita alle proprie finzioni, senza dubbio; ma, anche, uno sconvolgimento di sostanza, profondo, nel paesaggio ideologico contemporaneo.
Venti anni dopo, non ho cambiato parere. Salman è più tranquillo, quasi libero (dico “quasi” perché, sebbene egli abbia l’estrema eleganza di vivere come se niente fosse, una fatwa “sospesa” resta pur sempre una fatwa) – ma non ho di fatto modificato una virgola della mia analisi.
1. La questione dei “Versetti” inaugura una serie di regressioni il cui primo esempio è l’episodio delle caricature di Maometto. Certo, le situazioni sono differenti. Ma s’è trattato del medesimo orrore. La stessa reazione di immobilismo da parte dei grandi giornali che, salvo rare eccezioni, si guardarono bene dal solidarizzare con il loro collega danese vilipeso. E la stessa capitolazione a fronte di gruppi rivendicanti il diritto di sostituire la loro legge privata alle leggi della Reppublica. In Francia, Charlie Hebdo ha salvato l’onore.
2. La questione segna una svolta nell’idea che ci facciamo del principio di tolleranza. Essa tolleranza, fino alla fatwa, era quel principio per il quale la parola della maggioranza salvaguarda il diritto di quella delle minoranze, lasciando loro, nello spazio pubblico, luoghi di espressione. Dopo la fatwa, essa diviene il diritto, per qualunque minoranza, di perseguire proponimenti che sono la negazione dello spirito democratico. Eccola, ad Amsterdam, l’idea secondo cui le opinioni che hanno armato la mano dell’assassino di Theo Van Gogh meritano la stessa tolleranza di quelle, “provocatrici”, del cineasta. Eccola, a Parigi, l’opinione dei funzionari islamisti , “offesi” dall’apostasia di Ayaan Hirsi Ali, ritenuta non meno legittima di quella dell’ex deputato favorevole al diritto, per ognuno, di entrare in una religione e di uscirvi. Ed ecco, ovunque, il concetto di tolleranza brandito come uno stendardo da coloro che intendono mettere sullo stesso piano le culture in cui le donne, per esempio, sono considerate essere umani in tutto e per tutto e quelle in cui esse vengono ridotte allo status di elementi perturbatori di cui bisogna, ad ogni prezzo, nascondere i corpi e i visi. Culturalismo. Differenzialismo e relativismo morale. L’altra eredità dell’affaire Rushdie.
3. L’affaire è il segnale di un’autentica regressione dello spirito dei Lumi. Perché cosa sono i Lumi? Il diritto di credere e di non credere. Il diritto, se non si crede, di fregarsene delle credenze altrui. Questo diritto al blasfemo s’è imposto, non senza difficoltà, sui monoteismi ebreo e cristiano, ma resta criminale presso coloro che, nell’Islam, e successivamente all’affaire Rushdie, urlano: “d’accordo per la libertà d’opinione; d’accordo per il diritto di non credere; ma con moderazione, e a condizione che chi non crede non diffami l’idea di Dio”. Allora, non mi soffermo sulla povera idea che di Dio si fanno coloro che pensano che basti una caricatura a diffamarlo. Passo sul fatto che i veri caricaturisti del Profeta, quelli che l’oltraggiano più scandalosamente, sono coloro che ne fanno la bandiera della loro pulsione di morte. La verità è che un mondo in cui non si ha più diritto di ridere dei dogmi è un mondo immiserito. La verità è che un mondo in cui non si possa più fare fiction di tutto sarebbe un mondo più asservito. Tempi cupi. Oscuramento degli spiriti. Spirito del tempo.
4. Gli ayatollah non sono i primi ad aver voluto bruciare libri e uccidere scrittori? Certo. E tale attacco allo spirito è anche, ogni volta, uno degli indicatori avanzati dell’ingresso nel regno del peggio. Eh sì, appunto. L’affare Rushdie è stato proprio uno di quegli indicatori avanzati. Ha avuto la stessa funzione del rintocco di campane nel mondo antico. Sarebbe rimasto come una delle date, se non la data, indicante la comparsa di quella nuova variante del fascismo che è il fascislamismo. C’è stato l’11 Settembre e i suoi tre rintocchi… La morte di Massoud, all’inizio.. Il martirio di Daniel Pearl, un poco più tardi… Gli omicidi di massa in Algeria, un po’ prima… Ma il primo tempo della sequenza fu –all’improvviso ciò mi appare, retrospettivamente, molto chiaro- la condanna a morte di uno scrittore per offesa alla parola del Corano.
Che strana avventura, per un incantatore di parole, essere pure il nome di una data nera nella storia delle idee!
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 12.02.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
Tom Cruise e le avventure della dialettica antinazista
Il primo non è sfuggito ai commentatori tedeschi: riguarda la scelta di Tom Cruise per interpretare il ruolo di un uomo che ci è presentato come l'incarnazione stessa dell'onore anti-hitleriano. Non che l'attore abbia mai manifestato una qualche simpatia per l'hitlerismo. Ma è uno dei dirigenti di una setta, la Chiesa di Scientology, di cui il meno che si possa dire è che i suoi valori non hanno molto a che vedere con quelli che permisero di abbattere suddetto hitlerismo. Elitismo… Darwinismo sociale e politico… Educazione come addestramento… Lavaggio del cervello eretto a principio di convinzione… Sequestri… Applicazione delle tecniche della cibernetica all’organizzazione del legame sociale… Magia nera… Visione apocalittica del mondo… Questa è Scientology. Questo è, quindi, il credo di Cruise. Ed avergli permesso di incarnare Stauffenberg è, da tale punto di vista, un errore, per non dire uno sbaglio - o, come ha detto Berthold von Stauffenberg, il figlio, quando ne fu informato, un grave, un gravissimo oltraggio alla memoria del defunto.
Il secondo interrogativo è invece inerente a questo tipo di operazioni, e porta a chiedersi se l'eroizzazione di un personaggio non avvenga, ahimè, a discapito della precisione, della sfumatura e della storia stessa. Il film mostra bene l'integrità di Stauffenberg. Mostra il suo coraggio, l'elevatezza delle sue vedute, la sua fermezza d'animo. Ma che ci dice dei suoi pensieri? Cosa ci insegna della sua entusiastica adesione, nel 1933, al nazismo? Perché non specifica cosa, di questo nazismo degli inizi, egli dovette ripudiare per portare a termine il complotto, e ciò che, invece, conservò? Jünger, per esempio? Spengler? Conservò l'ostilità senza riguardi nei confronti di Weimar e della democrazia, ostilità che egli condivideva con quegli altri membri dei corpi franchi della prima ora che restarono, loro, fedeli al nazionalsocialismo e al suo frenetico antisemitismo? La speranza era sbarazzarsi di Hitler o dell'hitlerismo? Di un cattivo tiranno o del principio di ogni tirannia? Il progetto era di distruggere il nazismo o di salvarlo? E perché il film non si dilunga sul vero e tragico paradosso della vicenda? Perché non illustra quello che si dovrebbe chiamare il "teorema di Stauffenberg", per il quale bisognava avvicinarsi molto, moltissimo a Hitler (una prossimità che, tenuto conto della società di iper-sorveglianza hitleriana, non poteva essere né finta né fittizia) per avere la possibilità, come Stauffenberg, di accedere alla Tana dei lupi per deporvi la valigetta con l'esplosivo? Credo di non offendere la memoria di nessuno dicendo che resta aperta, dopo “Operazione Valchiria”, la questione della comunità di valori (eh sì!) fra il nazismo e certi suoi avversari; o anche che potrebbe esserci, dopo tutto, e in seconda analisi, una forma di Witz, di logica nascosta, di astuzia della Storia, nell'incontro fra l'attore di Scientology e i golpisti del luglio 1944.
E poi resta, infine, il terzo rischio che si corre con questo film e che consiste nel vedere l'albero Stauffenberg, nascondere la foresta della resistenza tedesca all'hitlerismo, così come la descrive Joachim Fest in un libro che esce in questi giorni e che bisogna leggere come contrappunto a “Operazione Valchiria”. Poiché nella casta degli alti ufficiali hitleriani, c'è già una differenza fra cospiratori tardivi (Stauffenberg) e precoci (solo nel 1938, e dall'interno stesso dell'esercito, Hans Oster e Hans von Dohnanyi). Ci sono, nella galassia generata dall'esplosione del primo nucleo nazional-socialista, i nazional-bolscevichi che rompono, come Niekisch, fin dal 1934; i nazional-conservatori, nostalgici, come Canaris, di una grande alleanza a Est infranta dalla rottura dell'accordo Stalin-Hitler; i rivoluzionari conservatori, il cui prototipo fu Hermann Rauschning, autore de “La rivoluzione del nichilismo” . Ma ci sono soprattutto persone semplici, come il falegname Georg Elser, autore di un tentativo di assassinio di Hitler nel 1939. Ci furono associazioni studentesche, come quella “La rosa bianca” che nascose ebrei durante tutta la guerra. Ci furono socialisti. Cattolici. Ebrei. Ci furono operai berlinesi, eroi di un romanzo di Fallada che Primo Levi diceva essere il più bel libro sulla resistenza tedesca antinazista. E ci furono, infine, quei weimariani impenitenti, come Willy Brandt, che preferirono esporsi al rimprovero di essere “disertori” all’irrimediabile disonore di dover portare l'uniforme della Wehrmacht e, quindi, dei cospiratori del 20 luglio.
Cancellare queste distinzioni, tutte queste distinzioni, questa è trappola. Sottolinearle, incriminarle, rifare instancabilmente la distinzione fra la cultura di guerra dei nazisti e di alcuni loro oppositori da un lato e, dall’altro, l'antinazismo radicale degli eredi di Willy Brandt, questo è il compito che impone la confusione stessa del film. Un compito per la Germania. Un dovere per l'Europa.
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 29.01.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
Barack Obama, un'opportunità per il mondo
La seconda cosa che noi europei dovremmo metterci, al più presto, in testa, è che Barack Obama non è “di sinistra”. Esiste, contrariamente alla leggenda, una sinistra americana. Esiste una frangia del Partito democratico che, d'altronde, si è adeguata non senza reticenze o resistenze a colui che ancora era solo il carismatico giovane senatore dell’Illinois. Barack Obama è talmente poco di sinistra che ha nominato, nei posti chiave, personalità repubblicane (Robert Gates, confermato alla Difesa; Ray LaHood, scaraventato ai Trasporti) o tecnocrati ultra-pragmatici (Timothy Geithner al Tesoro; Lawrence Summers alla testa del Consiglio economico; Peter Orszag, direttore dell’Ufficio della gestione e del budget) che hanno davvero ben poco a che vedere con ciò che, in Europa, chiamiamo sinistra. Barack Obama non è Che Guevara. Barack Obama non è membro d’onore del Partito socialista francese. Barack Obama –ed è già cosa grandiosa!- è l’incontro, nello stesso corpo, sul tavolo da dissezione dell’iconologia americana, della doppia anima di King e di JFK.
Terza sciocchezza che speriamo ci sarà evitata nell’imminente valanga di commenti: Barack Obama non è, non sarà, il presidente del “declino dell’impero americano”. Chiuderà Guantanamo, naturalmente. Uscirà dall’Iraq prima della fine del 2011 – lo ha promesso. Romperà con l’ideologia dell’esportazione “messianica” e “forzata” degli ideali democratici – è probabile. Ed anche, senza dubbio, userà, nelle relazioni con gli alleati, quella retorica improntata al multilateralismo che tanto mancava a George Bush. Ma che non si conti su di lui, però, né per vedere l’America battersi il petto, né per farla cedere dinanzi a Chavez o ad Ahmadinejad, e nemmeno per accelerare l’avvento del mondo multipolare sognato dai russi e dai cinesi. Gli Stati Uniti resteranno gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti non distribuiranno nuove verghe per farsi percuotere dall’antiamericanismo planetario. Gli Stati Uniti, che piaccia o no, faranno quanto sarà loro possibile per continuare ad essere, sotto Obama, la prima potenza economica, politica, militare, del mondo.
E il cambiamento, allora? In politica interna, si svilupperà su tre terreni principali. La riforma di un sistema di assicurazione sanitaria che esclude 46 milioni di americani poveri e a cui si sono adattati, fino a lui, tutti i presidenti degli Stati Uniti (compreso, ahimè, Bill Clinton). Un New Deal neokeynesiano finalizzato alla ricostruzione di una rete di infrastrutture (strade, ponti e dighe a New Orleans, quartieri distrutti a Detroit, Cleveland, Buffalo o nella stessa Los Angeles) il cui stato è talvolta degno del più abbandonato dei paesi del terzo mondo. E poi la riforma di un sistema finanziario sul quale gli osservatori più accorti (Nouriel Roubini, Harry Markopolos o ancora il premonitore autore del “Cigno nero”, Nassim Nicholas Taleb) richiamavano, urlando, l’attenzione, poiché esso avrebbe condotto il mondo alla catastrofe: ma l’ideologia deregolatrice non ha permesso che questi fossero ascoltati. Se Obama si impegnerà in questi tre compiti, se aprirà, senza tardare, questo triplo cantiere, allora sarà, per l’America di oggi, più che un cambiamento di rotta, una rivoluzione.
E quanto alla politica estera, infine, ciò che si sa delle convinzioni, delle dichiarazioni, perfino dei retropensieri del nuovo presidente porta a credere che essa conoscerà, oltre a quello riguardante l’Iraq, due punti principali di flessione. Il dossier mediorientale: Obama non aspetterà il termine del secondo mandato, come fecero Clinton e Bush, per rendersi conto dell’urgenza e per lanciarsi in un patetico sprint finale volto allo strappo di un impossibile accordo tra palestinesi e israeliani. I rapporti con il Pakistan: manterrà l’alleanza; forse persino la rinforzerà; ma romperà con l’incondizionalità che ha caratterizzato le tre ultime amministrazioni e che ha fatto del “paese dei Puri” il paese più pericoloso del pianeta; altrimenti detto, porrà precise condizioni attinenti alla sincerità della lotta contro quegli elementi di Al-Qaeda infiltrati nei servizi segreti del paese ed al controllo di un arsenale nucleare che nessuno, oggi, può garantire che non possa cadere, un giorno o l’altro, nelle mani degli jihadisti. Anche per questi due motivi, l’elezione di Barak Obama rappresenta un’opportunità per il mondo.
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 22.01.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
Appunti di guerra
«Bisogna che lei capisca, in questo caso, chi sono quelli di Hamas. Noi li conosciamo meglio di chiunque. Talvolta, ho l'impressione di esser capace di seguire in tempo reale anche le loro minime decisioni, talvolta di precederle. Ebbene, siamo consapevoli di tre cose». Gli portano una tazza di caffè che beve in un sorso. «Intanto, la loro strategia, che è quella dei Fratelli musulmani di cui sono l'emanazione e che mira a prendere il potere, sulla lunga durata, in Libano, in Giordania, in Israele...». Faccio un cenno per dire che so. «Bene. In seguito, l'alleanza con l'Iran, che può sembrare contro natura tanto è pesante il contenzioso fra sunniti e sciiti, ma di cui conosciamo tutta la storia». La data: 1993. Lo scenario: un consiglio di ulema siriani, sauditi, cisgiordani, cittadini di Gaza. L'ispiratore: l'egiziano El Kardaoui, importatore in terra sunnita della strategia sciita degli attentati suicidi. «Infine, l'essenziale: la rete di trecento tunnel, scavati sotto la frontiera egiziana col tacito accordo di Mubarak il quale, ogni volta che ne parlavamo, giurava che se ne sarebbe occupato, ma purtroppo non faceva nulla, tanto era il timore di contrariare i suoi Fratelli musulmani». Come i pacifisti israeliani, si può pensare che la distruzione di quei tunnel sarebbe bastata. Si può ritenere — è il mio caso — che, avendo questa guerra già avuto come effetto di far scoprire al mondo intero l'esistenza dei tunnel e di aver messo quindi gli egiziani con le spalle al muro, Israele potrebbe fermarsi e decidere fin da oggi, 11 gennaio, un cessate il fuoco. Quel che non si può ignorare è il contesto: Gaza che, evacuata, non diviene l'embrione dello Stato palestinese tanto desiderato, ma la base avanzata di una guerra totale contro lo Stato ebraico.
Mi trovo a Baka-el-Garbil, vicino a Um-el-Fahem: è una delle città di arabi israeliani che nel 1948 hanno scelto di restare a casa loro e costituiscono, sessant'anni dopo, il 20 per cento della popolazione del Paese. Questo pomeriggio, la città è scesa in piazza: 15.000 persone protestano contro il «genocidio» di Gaza. Ci sono militanti, che indossano la kefiah a scacchi del Fatah. Altri, che sventolano la bandiera verde di Hamas. Vedo anche, all'inizio del corteo, giovani incappucciati che urlano — ricordo che siamo nel centro di Israele — facendo appello all'Intifada, alla Jihad, al martirio. «Questo Israele che voi rigettate non è il vostro Israele? — chiedo a uno di loro —. Non è lo Stato di cui siete cittadini allo stesso modo e con gli stessi diritti degli altri suoi cittadini?». Il ragazzo mi squadra come fossi un pazzo. Mi risponde che Israele è uno Stato razzista che lo tratta come una sottospecie, gli vieta di frequentare università e night- club e, di conseguenza, non si deve aspettare da parte sua che gli sia fedele. Raggiunge quindi i suoi compagni, abbandonandomi alle mie perplessità: bella solidità di una democrazia che, in tempo di guerra, si accontenta che un cittadino su cinque sia sull'orlo della secessione politica; e vertiginosa fragilità di un legame sociale di cui vediamo bene come potrebbe, dall'interno, sciogliersi. Altro contesto? No. Ma situazione di Israele.
«Nulla giustifica la morte di un ragazzino — mi ha detto Asaf, 33 anni, proprietario di un ristorante a New York e, nei periodi da riservista, pilota di elicotteri Cobra —. Nulla. Per questo, quando il rischio esiste, quando in cabina di pilotaggio mi accorgo che, prendendo di mira un obbiettivo militare, potrei colpire anche dei civili, lascio perdere e torno alla base». Ho sfidato Asaf a darmi la prova di quanto dice. È così che mi trovo nel Negev, sulla base di Palmachim, il sancta sanctorum della tecnologia israeliana dove in particolare sono stati sperimentati i famosi missili anti- missili Arrow. A bordo, videocassette di Asaf. Registrazione del suo dialogo, il 3 gennaio, con un interlocutore a terra durante il quale l'informa che ha deciso di interrompere la missione perché il «terrorista» in linea di mira è stato raggiunto da un bambino. E filmati incredibili — ne ho visti quattro — di missili già lanciati che il pilota, vedendo apparire un civile sul suo schermo o una jeep presa a bersaglio entrare nel garage di un edificio di cui non sono stati avvertiti, come è d'uso, gli occupanti, fa dirottare in piena corsa e esplodere in un campo. Che non tutti abbiano gli stessi scrupoli, lo immagino (infatti, come spiegare altrimenti i troppo numerosi e inaccettabili bagni di sangue?). Ma che in Tsahal esistano persone come Asaf, che le procedure comandino di agire piuttosto come Asaf, insomma che Asaf non sia l'eccezione ma la regola, è importante dirlo (e pazienza per il cliché che vuole ridurre Tsahal a un'accozzaglia di bruti che si accaniscono su donne e vegliardi).
Ehud Barak è a casa sua. L'avevo visto ieri a Palmachim, circondato dai suoi generali. Lo ritrovo oggi, in un salone lungo lungo, che sembra costruito attorno ai due pianoforti che egli suona da virtuoso. Anche lui evoca il dilemma morale a cui il suo esercito è confrontato. Descrive il calcolo di Hamas che, proprio perché sa come funzionano gli israeliani, installa i suoi depositi di armi nel cortile di una scuola, nella sala di un ospedale, in una moschea. «Delle due l'una — mi spiega con un tono in cui si scorge, ci giurerei, una curiosità da stratega di fronte a una tattica inedita —. O ne siamo informati e non spariamo, e loro hanno vinto. Oppure l'ignoriamo e spariamo, e loro filmano le vittime, inviano le immagini alle televisioni e hanno ugualmente vinto». Mi accingo a chiedergli come l'uomo di Camp David, la Colomba che offrì ad Arafat, nove anni fa, le chiavi di uno Stato palestinese che questi non volle, viva personalmente questo dilemma. E sto per fargli osservare che Israele non sarebbe a questo punto senza la serie di occasioni mancate, di passi falsi, di cecità dei governi che seguirono. Ma suona il telefono. È Condoleezza Rice che chiama per spingerlo, appunto, a concludere al più presto un cessate il fuoco. Perché al più presto, secondo lei? Il ministro-pianista sorride. Perché, per una questione di pochi giorni, lo stesso cessate il fuoco sarà opera sua, di Condy, o dell'altro Barack (Obama) che le ruberà la sua eredità.
Amos Oz è prostrato. Il grande scrittore, coscienza del Paese e, in particolare, del campo della Pace, autore di Aidez-nous à divorcer. Israël Palestine: deux Etats maintenant (Editions Gallimard 2004) che ritrovo a Gerusalemme dal nostro amico comune Shimon Peres, ricorda come Tsahal dovette trattare, sette anni fa, la vicenda del «genocidio di Jenin» (66 morti, di cui 23 israeliani). Poi, quando ci fu la guerra in Libano, il dramma di Cana (remake, secondo alcuni, dell'assalto al ghetto di Varsavia). Parliamo anche delle armi terrificanti che utilizzerebbe Tsahal (il cui effetto sarebbe di «assorbire» l'ossigeno attorno al punto di impatto). La voce che circola quel giorno, la storia di una casa, nella zona di Zeitun, dove sarebbero state attirate cento persone prima che si sparasse nel mucchio, gli sembra tuttavia così insensata che non sa come interpretarla, né come abbia preso forma. Pare che tutto sia cominciato con una vaga testimonianza raccolta da una Ong (Organizzazione non governativa). Poi ci si son messi i giornalisti: «Che si lasci entrare la stampa! Come possiamo smentire i "si dice" se non siamo presenti? ». Dopodiché, è il villaggio mediatico planetario ad agitarsi: «Tsahal avrebbe... Tsahal potrebbe... Il dottor X conferma che Tsahal sarebbe all'origine di...». Questi condizionali sottili e per modo di dire prudenti sono un vero veleno. Fra due giorni non si parlerà più delle dicerie di Zeitun. Ma quali saranno le conclusioni della gente? Che era una voce assurda? O che un orrore scaccia l'altro e che Tsahal, nel frattempo, avrebbe superato un altro gradino sulla scala dell'abominio e del crimine? Amos Oz, il Camus di Israele. La disinformazione, o il mito ebraico di Sisifo.
Un'altra voce, di cui io stesso ho potuto verificare l'infondatezza, è quella del «blocco umanitario». Sorvolo sul caso dell'Ospedale Shiba di Tel Aviv, il cui vice- direttore, Raphi Walden mi spiega che il 70 per cento dei pazienti sono palestinesi. Sorvolo sulla vicenda delle ambulanze colpite per sbaglio da Tsahal, ma deliberatamente bloccate dal ministero della Salute di Hamas, che prende in ostaggio i suoi civili e soprattutto non vuole che siano curati all'ospedale Soroka di Beer Sheva. L'informazione decisiva la ricevo il 14 gennaio, al terminal di Keren Shalom, estremo sud della striscia di Gaza, dove un centinaio di camion passano, come ogni mattina, sotto gli occhi vigili dei rappresentanti delle Ong. Farina, medicinali, alimenti per neonati, coperte. Nulla, nessuno e soprattutto non gli abituali soccorsi umanitari potranno attenuare, qui come altrove, le sofferenze delle famiglie che hanno perso uno dei loro cari. Ma i fatti sono i fatti. E il fatto è che più di 20.000 tonnellate sono entrate, dall'inizio dell'operazione, sotto le insegne dell'Unicef o del World Food Program. Come mi dice il colonnello Jehuda Weintraub il quale, in un'altra vita, scrisse una tesi su Chrétien de Troyes e che, a sessant'anni, si impegna nel «coordinamento » degli aiuti: «La guerra è sempre orribile, criminale, piena di furore; perché aggiungere, alla sua atrocità, la menzogna?».
A Parigi, si alzano i toni. Jean-Marie Le Pen dichiara che Gaza è un campo di concentramento. Altri, vicini alla sinistra radicale, gridano che da molto tempo non c'era stato un massacro di musulmani peggiore di quello degli abitanti di Gaza. E i 300.000 del Darfur? E i 200.000 bosniaci? E le decine di migliaia di ceceni che Putin andò a «snidare fin dentro i cessi» e che non vi strapparono neanche una lacrima? Diversamente da voi, desideroso di provare almeno ad andare a vedere, il 13 gennaio, scesa la notte, sono entrato nei sobborghi di Gaza City, nel quartiere Abasan Al-Jadida, un chilometro a nord di Khan Yunis, «embedded» nell'unità di élite Golani. So, per averlo evitato tutta la vita, che il punto di vista dell'«embedded» non è mai il buon punto di vista. E non pretenderò di aver capito in qualche ora lo spirito di questa guerra. Ma, detto questo, ecco la mia testimonianza. I combattenti di Varsavia non avevano, purtroppo, le mine anticarro come quella appena esplosa sotto le ruote di un veicolo passato venti minuti prima del nostro. I loro aggressori non conoscevano quella stanchezza, quel profondo disgusto per la guerra che esprimono il comandante Gidi Kfirel e i quattro riservisti che ci accompagnano. Infine, posso sbagliarmi, ma le poche, le pochissime cose che vedo (palazzoni immersi nell'oscurità ma in piedi, frutteti all'abbandono, la via Khalil al-Wazeer con i negozi chiusi) indicano una città frastornata, che si trova in trappola, terrorizzata, ma certamente non una città rasa al suolo, come poterono esserlo Grozny o certi quartieri di Sarajevo. Questo è ancora un fatto.
Ehud Olmert a Gerusalemme. Racconta, non senza comicità, il balletto dei mediatori troppo frettolosi. Torna a parlare del doppio gioco di un Mubarak che la comunità internazionale dovrà pur costringere a chiudere le sue frontiere ai beduini contrabbandieri. Ma ecco che Olmert cambia tono. E con una voce più bassa, quasi confidenziale, comincia a raccontarmi l'ultima visita di Abu Mazen, tre settimane fa, proprio in questo ufficio, dove ora mi trovo io. «Gli ho fatto un'offerta. 94,5 per cento della Cisgiordania. Più 4,5 per cento sotto forma di scambio di territori. Più un tunnel, sotto il suo controllo, che colleghi la Cisgiordania a Gaza e che equivale all'1 per cento mancante. Quanto a Gerusalemme, una soluzione logica e semplice: i quartieri arabi per lui; i quartieri ebraici per noi; e i Luoghi Santi sotto un'amministrazione congiunta saudita, giordana, israeliana, palestinese, americana. Abu Mazen m'ha chiesto di lasciargli il foglio su cui avevo disegnato lo schema. Non gliel'ho dato, perché lo conosco e so che, la prossima volta, l'avrebbe utilizzato come punto di partenza di un contro-negoziato. Comunque, l'offerta c'è... Aspetto...». È troppo bello per essere vero? Possibile che siamo passati, così di recente, tanto vicini alla pace?
Abu Mazen non è a Ramallah, capitale dei palestinesi moderati. E nemmeno Yasser Abed Rabbo, con il quale una volta sostenemmo il piano di pace di Ginevra e che, anche lui, si trova al Cairo. Al loro posto, in un edificio del centro, incontro Mustafa Barghuti, presidente della Palestinian Relief Society, e Mamdouh Aker, medico, autorità morale e veterano del dialogo israelo-palestinese. Né l'uno né l'altro credono alla serietà di un'offerta di pace proposta da un primo ministro che sta per lasciare il proprio posto. Entrambi parlano severamente di Abu Mazen, colpevole di instaurare uno «Stato poliziesco». Soprattutto, mi rendo conto di come stiano attenti a non dire nulla che sembri attaccare Hamas che, come sanno, ha la solidarietà della piazza palestinese. Eppure, riflettendo bene, ascoltando il primo parlarmi con nostalgia del «piano saudita » di coesistenza dei due Stati, osservando il secondo animarsi solo nell'evocare la sua «Lettera a Yitzhak Rabin», pubblicata nel 1988 dal Jerusalem Post perché i giornali arabi l'avevano rifiutata, guardando infine, al ritorno, l'atteggiamento dei giovani e il volto scoperto delle ragazze che fanno la fila con me per entrare a Gerusalemme, al check-point di Kalandiya, mi sorprendo a crederci di nuovo. Ma certo, eccoli qua, gli interlocutori di Israele. Sono qui i partner della pace futura. Una pace malgrado tutto. Una pace al di là delle devastazioni e delle lacrime. Una pace ragionata, senza effusioni né entusiasmi, ma forse, per questo, più che mai a portata di mano. Due popoli, due Stati. Una pace, e nulla di più.
Bernard-Henri Lévy, Le Journal du Dimanche, 18.01.2009
(traduzione per il Corriere della Sera, Daniela Maggioni)