Non bisogna lasciare, si chiedono taluni, che i morti seppelliscano i morti e che l' oblio, il buon oblio, cicatrizzi le ferite del passato? Certo che sì. Del resto nulla è più conforme ai comandamenti della Torah dell'ingiunzione evangelica di seppellire subito, una volta per tutte, i morti. Salvo… Sì, salvo quando si tratta di morti non ancora, appunto, seppelliti. Salvo quando si tratta di morti la cui stessa morte implicava che fosse senza tomba. Salvo quando si tratta di morti di cui era previsto che non lasciassero traccia in alcun luogo. Allora, sì, spetta ai vivi essere le tombe viventi di quei morti. E allora sì, in via eccezionale, è dovere dei sopravvissuti portare in sé il ricordo dei padri che, per sempre, avranno l'età dei propri figli. Noi siamo le tombe dei nostri padri... Quei morti, quei poveri morti, hanno grandi dolori... Sono parole di Baudelaire. È il caso della Shoah.
Quel crimine, dicono ancora alcuni, fu un grande crimine. Ma cosa vi fa dire che sia più grande di altri? e perché, nel susseguirsi di crimini che è la storia degli uomini, questo posto d'eccezione? Non si tratta di questo, naturalmente. E nulla è più estraneo alla tradizione ebraica dell'idea di stabilire, fra i morti, una qualsiasi gerarchia. Salvo che lì si verificò un evento senza precedenti. Ovvero un progetto di messa a morte che non solo implicava l'assenza di tracce, ma anche l'impossibilità per le vittime di trovare un luogo, uno solo, dove sottrarsi ai carnefici. Le vittime degli altri genocidi potevano, in teoria, avessero trovato asilo in un Paese vicino, sfuggire agli assassini. Nessuna via d'uscita per gli ebrei. L'Europa intera e presto, in teoria, tutto il mondo, a mo’ d’immensa trappola. Uno sterminio - è questa la sua singolarità - che, poiché non prevedeva "resto", superstiti, non lasciava via di scampo.
La nozione di sterminio senza “resto”, è importante per un'altra ragione, concreta, e questa ragione è Israele. Perché, di nuovo, si sente dire: "sì, d'accordo, un crimine; sì, a rigore, un crimine singolare; ma perché si sono dovuti installare i superstiti della tragedia nell'unica parte del mondo che non partecipò al crimine e che è il mondo arabo?". Di nuovo, la risposta: è il mondo stesso che si fece trappola; non ci fu una sola parte del mondo in cui non soffiò il malvagio vento di quella morte; e il mondo arabo non fu da meno nel progetto di sterminio totale. Noi abbiamo, oggi, tutte le informazioni sulla questione. Abbiamo le Memorie del Gran muftì - hitleriano - di Gerusalemme. Abbiamo i lavori degli storici che raccontano di come la legione SS araba aspettasse, dietro l'esercito di Rommel, il momento di attaccare, sterminare gli ebrei già insediati in Palestina. Sappiamo, in altre parole, che il nazismo fu un'ideologia mondiale che conobbe versioni nazionali e, in particolare, una versione araba – ed anche per ricordare tutto ciò serve commemorare la Shoah.
Scrivo queste righe il 20 aprile 2009. Per fissare questa commemorazione si sarebbe potuto scegliere il giorno dell'apertura dei campi. O quello della Conferenza di Wannsee. O qualsiasi altro giorno che testimoni il martirio degli ebrei. Invece no. È stato scelto il 27 nisan del calendario ebraico -quest'anno, il 20 aprile, e dunque l'anniversario dell'insurrezione nel ghetto di Varsavia. E negli aspri dibattiti che presiedettero a tale scelta, questo dettaglio non sfuggì certo a nessuno. Cosa significava? Che si voleva infrangere il luogo comune di un popolo che va a morire come le bestie al macello. Che si volevano celebrare episodi eroici come le rivolte di Sobibor, di Birkenau, di Treblinka. Che si voleva cioè commemorare un massacro, ma anche una resistenza. Per me, che sono figlio non di un deportato, ma di un resistente, questa volontà è essenziale. Essa invita a ricordare che c'è sempre una possibilità, persino nella notte più nera, di insorgere e di sperare.
Un'ultima parola. Poiché parliamo di calendario, è invece per puro caso che si sia aperta, lo stesso giorno, la conferenza "antirazzista" di Durban II. E di nuovo si sono levate alcune voci per dire: "non temete, tenendo lo sguardo fisso sui vecchi genocidi, di non scorgere quelli che avvengono qui, adesso, sotto i vostri occhi?". Ebbene, nessun timore. Poiché, oltre al fatto che suddetta conferenza si è tramutata (ci tornerò sopra) in una carnevalata, oltre al fatto che essa è servita a quel criminale di Ahmadinejad (tornerò pure su questo) per infangare il bel concetto di antirazzismo, io capovolgo la domanda. Perché le istituzioni votate al ricordo della Shoah si sono mobilitate, tutte, per il Darfur? Perché i primi ad aver capito quel che succedeva in Ruanda furono coloro, ebrei o non ebrei, che avevano a cuore la Shoah? Perché, quando il mondo chiudeva gli occhi sul massacro dei musulmani di Bosnia, a suonare l'allarme furono uomini che un solo pensiero avevano in comune, il "mai più" di Auschwitz? Non erano più informati di altri. Avevano giusto una bussola. Una scala del male e del peggio. Una sorta di radar che segnalava, ogni volta, la prossimità della Bestia e il suo caratteristico profumo. È questo, il ricordo della Shoah. Ed è per questo che bisogna commemorarla.
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 23.04.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
sabato 25 aprile 2009
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venerdì 3 aprile 2009
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Barack Obama, l'Europa e la questione pakistana
Ancora una volta, Obama mantiene la parola. Colui che, quasi cinque anni fa, quando era soltanto il giovanissimo senatore dello stato dell’Illinois, già spiegava come il problema numero uno non fosse l'Iraq ma il Pakistan, venerdì scorso ha ben precisato la propria strategia nei confronti del “paese dei puri”. E quanto ci dice non solo conferma ciò che all’epoca era solo l’intuizione di un giovanissimo uomo, ma costituisce una catena di proposte ben formulate, di una solidità che non fa una piega, e che rompono, tutte, con quello che rimarrà il più enorme degli errori strategici degli anni Bush.
Prima proposta. Il Pakistan costituisce, più dell'Iraq dunque, più del Medio Oriente, ed anche più dell'Iran di Ahmadinejad, il vero buco nero che la diplomazia internazionale dovrà affrontare. È lui la retrovia di Al Qaeda. È lui il vivaio del terrorismo più fanatico. E questo non è vero né ai margini (le famose “zone tribali” tra Afghanistan e Pakistan) né per caso (certi gruppi del Kashmir per mettere in ginocchio i quali l'esercito ufficiale farebbe di tutto) ma, oserei dire, eminentemente (non sono forse i servizi di sicurezza pakistani che si infiltrano nella maggior parte di questi gruppi criminali lasciando che essi prosperino fino al centro di Islamabad ?). Gli osservatori seri lo sapevano. Daniel Pearl è morto per aver detto troppo sull'argomento. Ed io stesso ho dedicato un libro intero, “Chi ha ucciso Daniel Pearl?”, ai legami fra l'ISI e quei gruppi, come il Lashkar-e-Janghvi o il Lashkar-e-Toiba, che sembravano, a ragione, il nocciolo duro della nebulosa Bin Laden. Ma colui che nel frattempo è divenuto il presidente della più grande democrazia del mondo lo dice con una tale determinazione che i suoi principali consiglieri, come Richard Holbrooke, ne sembrano a loro volta persuasi e che il capo di Stato maggiore interforze, Michael Mullen, arriva a spiegare, con franchezza, come la strumentalizzazione di Al Qaeda attraverso l’ISI (e viceversa) è un fatto accertato che “deve cambiare” - ecco, sì, un‘autentica svolta.
Seconda proposta: si può, prosegue Obama, sostenere il Pakistan. Lo si può continuare a considerare un alleato di primo piano. Gli si può fornire ogni aiuto, di qualsiasi natura, necessario allo sviluppo di quel grande paese che è esso divenuto. Ma questo aiuto non può più essere cieco. Non può più essere automatico. Non si possono più continuare a distribuire miliardi di dollari a chi poi li dirotta verso “ONG” come la Ummah Tameer-e-Nau, da me identificata a suo tempo e che, in collegamento con la lobby nucleare di Abdul Qader Khan , il Dottor Stranamore pakistano, forniva ad emissari di Bin Laden il necessario per montare armi atomiche miniaturizzate. In altre parole, questo aiuto deve essere “vincolato”. Deve essere “condizionato”. Può continuare decentemente a funzionare solo se accompagnato da misure che costringano coloro che lo ricevono a “renderne conto”. Pure qui, siamo di fronte all'evidenza. Pure qui si tratta di ciò che gli stessi i pakistani - perlomeno quelli che hanno a cuore i diritti dell'uomo quanto il proprio Paese - reclamano da decenni. Ma che un Presidente americano ne prenda atto, che accetti di fornire il suo aiuto non come una cornucopia, ma come uno strumento politico e una leva, che abbia l'audacia di farne un dispositivo di pressione -se non di ricatto- democratico, è un altro evento di primissima importanza.
Terza proposta: i principali nemici di quest’Al Qaeda che in Pakistan si muove come un pesce nell'acqua, non sono gli americani. Sono, dice sempre Obama, i pakistani stessi. Di nuovo, lo si sapeva. Di nuovo, e per parlare solo di quello che io ho visto e filmato di persona, tutti sapevano che la madrasa di Binori Town è il santuario, in piena Karachi, di bande la cui occupazione preferita è ciò che pudicamente viene definito, laggiù, lo “scontro inter-settario”, ma che in realtà significa massacro a sangue freddo di sciiti disarmati. E, anche in questo caso, nessun pakistano può ignorare che sono le proprie figlie, le proprie amiche, la propria moglie ad essere in prima linea in una guerra dove si continua a bruciare viva una donna sorpresa a guardare un uomo che non sia il marito. Ma che il Presidente Obama, di nuovo, ne prenda atto, che affermi - sono le sue parole - che Al Qaeda è un “cancro” e che questo un cancro sta “distruggendo il Paese dall' interno”, che proclami dinanzi al mondo di voler soccorrere milioni di musulmani, bersaglio di tale violenza, significa che finalmente è stata trovata la formula di una lotta contro il terrorismo capace, per la prima volta, di evitare lo scoglio dello scontro di civiltà alla Bush e alla Huntington.
Andare a cercare il nemico fin dentro il cuore dello Stato pakistano… Far dipendere l’aiuto offerto a questo Stato dallo zelo che esso metterà nell'epurare i propri servizi segreti… Rilevare come l'unico scontro di civiltà che conti è quello, in seno all'Islam, che oppone jihadisti e moderati… Gli europei conoscono i termini dell'equazione. Cosa aspettano a dirlo? E, una volta detto, cosa aspettano a prestare la loro collaborazione alla revisione della dottrina geostrategica più decisiva del momento?
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 2.04.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
Prima proposta. Il Pakistan costituisce, più dell'Iraq dunque, più del Medio Oriente, ed anche più dell'Iran di Ahmadinejad, il vero buco nero che la diplomazia internazionale dovrà affrontare. È lui la retrovia di Al Qaeda. È lui il vivaio del terrorismo più fanatico. E questo non è vero né ai margini (le famose “zone tribali” tra Afghanistan e Pakistan) né per caso (certi gruppi del Kashmir per mettere in ginocchio i quali l'esercito ufficiale farebbe di tutto) ma, oserei dire, eminentemente (non sono forse i servizi di sicurezza pakistani che si infiltrano nella maggior parte di questi gruppi criminali lasciando che essi prosperino fino al centro di Islamabad ?). Gli osservatori seri lo sapevano. Daniel Pearl è morto per aver detto troppo sull'argomento. Ed io stesso ho dedicato un libro intero, “Chi ha ucciso Daniel Pearl?”, ai legami fra l'ISI e quei gruppi, come il Lashkar-e-Janghvi o il Lashkar-e-Toiba, che sembravano, a ragione, il nocciolo duro della nebulosa Bin Laden. Ma colui che nel frattempo è divenuto il presidente della più grande democrazia del mondo lo dice con una tale determinazione che i suoi principali consiglieri, come Richard Holbrooke, ne sembrano a loro volta persuasi e che il capo di Stato maggiore interforze, Michael Mullen, arriva a spiegare, con franchezza, come la strumentalizzazione di Al Qaeda attraverso l’ISI (e viceversa) è un fatto accertato che “deve cambiare” - ecco, sì, un‘autentica svolta.
Seconda proposta: si può, prosegue Obama, sostenere il Pakistan. Lo si può continuare a considerare un alleato di primo piano. Gli si può fornire ogni aiuto, di qualsiasi natura, necessario allo sviluppo di quel grande paese che è esso divenuto. Ma questo aiuto non può più essere cieco. Non può più essere automatico. Non si possono più continuare a distribuire miliardi di dollari a chi poi li dirotta verso “ONG” come la Ummah Tameer-e-Nau, da me identificata a suo tempo e che, in collegamento con la lobby nucleare di Abdul Qader Khan , il Dottor Stranamore pakistano, forniva ad emissari di Bin Laden il necessario per montare armi atomiche miniaturizzate. In altre parole, questo aiuto deve essere “vincolato”. Deve essere “condizionato”. Può continuare decentemente a funzionare solo se accompagnato da misure che costringano coloro che lo ricevono a “renderne conto”. Pure qui, siamo di fronte all'evidenza. Pure qui si tratta di ciò che gli stessi i pakistani - perlomeno quelli che hanno a cuore i diritti dell'uomo quanto il proprio Paese - reclamano da decenni. Ma che un Presidente americano ne prenda atto, che accetti di fornire il suo aiuto non come una cornucopia, ma come uno strumento politico e una leva, che abbia l'audacia di farne un dispositivo di pressione -se non di ricatto- democratico, è un altro evento di primissima importanza.
Terza proposta: i principali nemici di quest’Al Qaeda che in Pakistan si muove come un pesce nell'acqua, non sono gli americani. Sono, dice sempre Obama, i pakistani stessi. Di nuovo, lo si sapeva. Di nuovo, e per parlare solo di quello che io ho visto e filmato di persona, tutti sapevano che la madrasa di Binori Town è il santuario, in piena Karachi, di bande la cui occupazione preferita è ciò che pudicamente viene definito, laggiù, lo “scontro inter-settario”, ma che in realtà significa massacro a sangue freddo di sciiti disarmati. E, anche in questo caso, nessun pakistano può ignorare che sono le proprie figlie, le proprie amiche, la propria moglie ad essere in prima linea in una guerra dove si continua a bruciare viva una donna sorpresa a guardare un uomo che non sia il marito. Ma che il Presidente Obama, di nuovo, ne prenda atto, che affermi - sono le sue parole - che Al Qaeda è un “cancro” e che questo un cancro sta “distruggendo il Paese dall' interno”, che proclami dinanzi al mondo di voler soccorrere milioni di musulmani, bersaglio di tale violenza, significa che finalmente è stata trovata la formula di una lotta contro il terrorismo capace, per la prima volta, di evitare lo scoglio dello scontro di civiltà alla Bush e alla Huntington.
Andare a cercare il nemico fin dentro il cuore dello Stato pakistano… Far dipendere l’aiuto offerto a questo Stato dallo zelo che esso metterà nell'epurare i propri servizi segreti… Rilevare come l'unico scontro di civiltà che conti è quello, in seno all'Islam, che oppone jihadisti e moderati… Gli europei conoscono i termini dell'equazione. Cosa aspettano a dirlo? E, una volta detto, cosa aspettano a prestare la loro collaborazione alla revisione della dottrina geostrategica più decisiva del momento?
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 2.04.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
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I "bloc-notes" su Le Point
sabato 7 marzo 2009
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Rifiutiamo la farsa di Durban II
Tutti si rammentano della famosa conferenza di Durban conclusasi, due giorni prima dell’11 settembre, nella città omonima, nell’Africa del Sud, sotto l’egida delle Nazioni unite.
Noi tutti conserviamo il ricordo del terribile spettacolo offerto, a Durban appunto, da quei rappresentati delle ONG che in teoria avrebbero dovuto stimmatizzare l’intolleranza ed il razzismo ma che, in realtà, convennero sul fatto che vi fosse un solo Stato razzista al mondo e che quello Stato fosse Israele.
Ad ogni modo io non posso dimenticare lo stupore e, ben presto, la disperazione delle delegazioni dei sopravvissuti al genocidio ruandese, dei militanti della democrazia zimbabwese, degli intoccabili indiani, dei Pigmei, dei superstiti dei massacri sudanesi…, quando realizzarono che la loro sorte non era d’alcun interesse per quei crociati del movimento altermondista che avevano fatto man bassa sulla conferenza e che , in materia di discriminazione, volevano vedere solo quei popoli le cui disgrazie potessero essere imputate all’Occidente in generale e agli “Americano-sionisti” in particolare.
Otto anni dopo, replica.
Dal 20 al 24 aprile prossimo, a Ginevra, nuova conferenza -chiamata Durban II- in cui si devono valutare, ci viene spiegato, i “progressi” realizzati dopo Durban I in materia di lotta contro il razzismo.
Salvo che tutto ciò che si sa dell’organizzazione di questa nuova conferenza, tutto ciò che è potuto filtrare attorno alle intenzioni del “Comitato preparatorio” presieduto dalla Libia, tutto ciò che si può leggere, soprattutto nel progetto di “Dichiarazione finale” già redatto da quella commissione con l’aiuto, in particolare, dei suoi vice.presidenti pakistani, cubano e iraniano –ah! che campioni di democrazia…- lascia presagire il peggio.
Israele messo sotto accusa come non mai, perché fondato, dicono, su un “apartheid”…
La critica delle religioni e, in particolare, dell’islam definita alla stregua di un “razzismo”…
L’iscrizione, altrimenti detto, del “delitto di blasfemia” tra i crimini maggiori che la comunità internazionale dovrebbe mettersi a stigmatizzare…
Senza parlare di come non dica una parola, questo progetto di Dichiarazione, né dello Zimbabwe di Mugabe, né del Darfur e dei suoi trecentomila morti, né di nessuna delle ecatombi di cui il mondo -e in particolare l’Africa- è, in questi stessi giorni, teatro, ma contro le quali i detentori dell’asse iraniano-libanese non erano di certo credibili nella parte di chi è disposto a darsi anima e corpo…
Questo è lo spirito di Durban II.
Questa è alla lettera il testo che, a partire dal 20 aprile, verrà sottoposto alla discussione.
E questa è dunque la trappola che si sta approntando e in cui si vorrebbero veder cadere i governi dei paesi democratici così come, giunti dal mondo intero, i militanti antirazzisti.
Allora, io so bene che una discussione è, per definizione, un luogo aperto.
E non ignoro che rimangono molti giorni, da qui al 20 aprile, per tentare di modificare un testo che tutti convengono nel ritenere inaccettabile.
Ma poiché il punto di partenza è quello, poiché lo zoccolo delle argomentazioni è quell’accozzaglia di pregiudizi, di odi e di silenzi, e poiché già si può presumere quale sarà il rapporto di forze in seno ad un Comitato preparatorio monopolizzato, lo ripeto, dai rappresentanti di Ahmadinejad e Gheddafi, non si vede come, per quanto emendata, la Dichiarazione che ci viene presentata potrebbe servire da Carta ad un’azione antirazzista mondiale concertata.
Ecco perché alla questione posta, lo scorso lunedì mattina, il 2 marzo, dal segretario di Stato Rama Yade ad un gruppo di intellettuali (bisogna andare a Durban II? bisogna, e fino a quale punto, battersi perché siano rispettate le “linee rosse” tracciate dalla diplomazia francese? o bisogna, come il Canada e, forse, gli Stati Uniti, rassegnarsi al boicottaggio?) io rispondo, personalmente, che sì, ahimé, la soluzione del boicottaggio sembra essere la più ragionevole, la più degna, e nello stesso tempo la più conforme alla vocazione della Francia.
La più conforme alla vocazione della Francia, perché è inconcepibile che il paese di Voltaire possa entrare nella spirale di un dibattito dove ai rappresentanti delle Chiese verrebbe riconosciuto il diritto di limitare la libertà di espressione e di coscienza.
La più degna, perché non è immaginabile -trentaquattro anni dopo l’"ignominia” (Michel Foucault) della risoluzione dell’Unesco che assimilava il sionismo ad una forma di razzismo- che la patria dei diritti dell’uomo possa consentire a che il legittimo dibattito politico sullo svolgimento, se non sull’origine, della guerra di Gaza si faccia stigmatizzazione globale, morale, unica nel suo genere, dello Stato ebraico.
E la più ragionevole, perché la lotta contro il razzismo è cosa troppo seria per poter essere lasciata nelle mani di un pugno di dittatori la cui principale preoccupazione è di far dimenticare le discriminazioni, le umiliazioni, le violazioni massicce dei diritti dell’uomo e della donna di cui i loro paesi sono teatro.
Nell’interesse stesso di questa lotta, nel rispetto della bella e nobile causa che è la causa antirazzista, in omaggio a tutti coloro che, da Fanon a Mandela, ne hanno definito lo spirito, bisogna rifiutare, senza indugio, con fermezza, e senza appello, la farsa di Durban II.
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 5.03.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
Noi tutti conserviamo il ricordo del terribile spettacolo offerto, a Durban appunto, da quei rappresentati delle ONG che in teoria avrebbero dovuto stimmatizzare l’intolleranza ed il razzismo ma che, in realtà, convennero sul fatto che vi fosse un solo Stato razzista al mondo e che quello Stato fosse Israele.
Ad ogni modo io non posso dimenticare lo stupore e, ben presto, la disperazione delle delegazioni dei sopravvissuti al genocidio ruandese, dei militanti della democrazia zimbabwese, degli intoccabili indiani, dei Pigmei, dei superstiti dei massacri sudanesi…, quando realizzarono che la loro sorte non era d’alcun interesse per quei crociati del movimento altermondista che avevano fatto man bassa sulla conferenza e che , in materia di discriminazione, volevano vedere solo quei popoli le cui disgrazie potessero essere imputate all’Occidente in generale e agli “Americano-sionisti” in particolare.
Otto anni dopo, replica.
Dal 20 al 24 aprile prossimo, a Ginevra, nuova conferenza -chiamata Durban II- in cui si devono valutare, ci viene spiegato, i “progressi” realizzati dopo Durban I in materia di lotta contro il razzismo.
Salvo che tutto ciò che si sa dell’organizzazione di questa nuova conferenza, tutto ciò che è potuto filtrare attorno alle intenzioni del “Comitato preparatorio” presieduto dalla Libia, tutto ciò che si può leggere, soprattutto nel progetto di “Dichiarazione finale” già redatto da quella commissione con l’aiuto, in particolare, dei suoi vice.presidenti pakistani, cubano e iraniano –ah! che campioni di democrazia…- lascia presagire il peggio.
Israele messo sotto accusa come non mai, perché fondato, dicono, su un “apartheid”…
La critica delle religioni e, in particolare, dell’islam definita alla stregua di un “razzismo”…
L’iscrizione, altrimenti detto, del “delitto di blasfemia” tra i crimini maggiori che la comunità internazionale dovrebbe mettersi a stigmatizzare…
Senza parlare di come non dica una parola, questo progetto di Dichiarazione, né dello Zimbabwe di Mugabe, né del Darfur e dei suoi trecentomila morti, né di nessuna delle ecatombi di cui il mondo -e in particolare l’Africa- è, in questi stessi giorni, teatro, ma contro le quali i detentori dell’asse iraniano-libanese non erano di certo credibili nella parte di chi è disposto a darsi anima e corpo…
Questo è lo spirito di Durban II.
Questa è alla lettera il testo che, a partire dal 20 aprile, verrà sottoposto alla discussione.
E questa è dunque la trappola che si sta approntando e in cui si vorrebbero veder cadere i governi dei paesi democratici così come, giunti dal mondo intero, i militanti antirazzisti.
Allora, io so bene che una discussione è, per definizione, un luogo aperto.
E non ignoro che rimangono molti giorni, da qui al 20 aprile, per tentare di modificare un testo che tutti convengono nel ritenere inaccettabile.
Ma poiché il punto di partenza è quello, poiché lo zoccolo delle argomentazioni è quell’accozzaglia di pregiudizi, di odi e di silenzi, e poiché già si può presumere quale sarà il rapporto di forze in seno ad un Comitato preparatorio monopolizzato, lo ripeto, dai rappresentanti di Ahmadinejad e Gheddafi, non si vede come, per quanto emendata, la Dichiarazione che ci viene presentata potrebbe servire da Carta ad un’azione antirazzista mondiale concertata.
Ecco perché alla questione posta, lo scorso lunedì mattina, il 2 marzo, dal segretario di Stato Rama Yade ad un gruppo di intellettuali (bisogna andare a Durban II? bisogna, e fino a quale punto, battersi perché siano rispettate le “linee rosse” tracciate dalla diplomazia francese? o bisogna, come il Canada e, forse, gli Stati Uniti, rassegnarsi al boicottaggio?) io rispondo, personalmente, che sì, ahimé, la soluzione del boicottaggio sembra essere la più ragionevole, la più degna, e nello stesso tempo la più conforme alla vocazione della Francia.
La più conforme alla vocazione della Francia, perché è inconcepibile che il paese di Voltaire possa entrare nella spirale di un dibattito dove ai rappresentanti delle Chiese verrebbe riconosciuto il diritto di limitare la libertà di espressione e di coscienza.
La più degna, perché non è immaginabile -trentaquattro anni dopo l’"ignominia” (Michel Foucault) della risoluzione dell’Unesco che assimilava il sionismo ad una forma di razzismo- che la patria dei diritti dell’uomo possa consentire a che il legittimo dibattito politico sullo svolgimento, se non sull’origine, della guerra di Gaza si faccia stigmatizzazione globale, morale, unica nel suo genere, dello Stato ebraico.
E la più ragionevole, perché la lotta contro il razzismo è cosa troppo seria per poter essere lasciata nelle mani di un pugno di dittatori la cui principale preoccupazione è di far dimenticare le discriminazioni, le umiliazioni, le violazioni massicce dei diritti dell’uomo e della donna di cui i loro paesi sono teatro.
Nell’interesse stesso di questa lotta, nel rispetto della bella e nobile causa che è la causa antirazzista, in omaggio a tutti coloro che, da Fanon a Mandela, ne hanno definito lo spirito, bisogna rifiutare, senza indugio, con fermezza, e senza appello, la farsa di Durban II.
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 5.03.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
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I "bloc-notes" su Le Point
mercoledì 25 febbraio 2009
9
Cesare Battisti, il Brasile e l'Italia: questione di principio
Occorre ancora ripeterlo?
Qui non si tratta dell’uomo Cesare Battisti.
Non so se abbia commesso o meno i crimini che gli vengono imputati e che lui nega con ostinazione dall’inizio.
E, più in generale, odio il terrorismo, terrorismo di cui egli si fece propagandista e per il quale io non ammetto, mai, circostanze attenuanti.
Ciò detto, assisto alle reazioni della stampa a seguito dell’asilo politico accordatogli dal ministro brasiliano della Giustizia, Tarso Genro.
Osservo, in Italia, lo strano clima d’isteria a fronte dell'idea di veder fuggire un uomo che abbracciò, come migliaia d’altri, l’imbecille tesi della “lotta armata”, ma di cui si sta facendo -sic- il peggior criminale degli anni di piombo, l’incarnazione del loro orrore, la personificazione del male, il diavolo.
E credo che occorra rammentare, ancora una volta, un certo numero di princìpi, a qualunque costo, e anche se il tutto pare poco importante rispetto alla crisi sociale, alla povertà in aumento o all’esplosione in Guadalupe.
1. L’Italia è, senza dubbio, une grande democrazia. Ma anche alle più incontestabili democrazie accade di nascondere punti d’imperfezione e zone d’ombra. Gli Stati Uniti e la pena di morte… La tortura, in Francia, all’epoca della guerra d’Algeria... L’Inghilterra, minata, per decenni, da una guerra civile irlandese che sembrava non potesse risolversi se non nel sangue e nelle leggi d’eccezione... Ebbene, allo stesso modo l’Italia che, nell’urgenza della lotta al terrorismo degli anni 70, si è dotata di un arsenale legislativo contemplante, in particolare, una legge sui pentiti capace di accordare ad un uomo un'impunità totale o parziale a condizione di scaricarne il peso su qualcun altro. E’ quanto accaduto a Battisti. E’ sulla parola di pentiti (tra i quali il suo capogruppo, il sinistro Pietro Mutti) che Battisti è stato condannato, vent’anni fa, all’ergastolo. E a distanza di tempo, ora che si è usciti dallo stato d’emergenza ed è giunto il momento di curare le ferite, vi è, in questa faccenda, qualcosa di inaccettabile.
2. Tra i punti critici della democrazia italiana, c’è un’altra bizzarria, e si tratta di quella legge sulla contumacia per la quale un imputato, condannato in sua assenza e poi catturato dalla giustizia, si vedrà applicare automaticamente la pena già stabilita senza la possibilità, come avviene in Francia per esempio, di essere giudicato un'altra volta. Battisti, durante quel processo in contumacia, fu rappresentato da un avvocato da egli stesso incaricato durante l’esilio messicano? No, dice giustamente Fred Vargas, che, perizie grafologiche alla mano, ha mostrato ai Brasiliani come esistesse più di un dubbio sull’autenticità di quel mandato. E mai, soprattutto, la difesa di un avvocato potrà sostituire completamente la comparizione davanti a un giudice, faccia a faccia, parola contro parola, di un uomo su cui pesano presunti crimini tanto terribili. Qualsiasi cosa abbia fatto o potuto fare, trent’anni fa, il futuro autore di “Cargo sentimentale”, aveva diritto, pure lui, almeno una volta, di incontrare i propri giudici. Ed è perché quel diritto non gli veniva riconosciuto, è perché il Codice penale italiano stabilisce che, in caso di estradizione, gli toccherebbe direttamente la prigione a vita, che non poteva che apparire giusto accordargli, sebbene il termine suona improprio, anche se può scioccare, lo status di “rifugiato politico”.
3. Non si affronta un problema tanto enorme quanto quello degli anni di piombo italiani fabbricando un mostro, incollando sulla sua schiena la totalità dei crimini dell’organizzazione cui apparteneva, cucendogli sulla pelle l’intero carico dei peccati di un’epoca di cui egli non fu che una pallida comparsa - insomma producendo un capro espiatorio la cui esecuzione giudiziaria darebbe la sensazione di essersela sbrigata, a buon prezzo, col doveroso lavoro della rievocazione e del lutto. Tuttavia ciò è quanto ha fatto Silvio Berlusconi estraendo dal cappello, cinque anni fa, quel nome di Battisti che tutti, o quasi, avevano dimenticato. Ed è ciò che fa quella parte dell’opinione pubblica italiana che preferisce cancellare, accusando il solo Battisti, la terrificante complessità di un’epoca in cui si affrontarono i terrorismi di estrema sinistra e i terrorismi di estrema destra, così come gli intrighi mafiosi di uno Stato che strumentalizzava gli uni e gli altri (si veda il film “Il Divo”, che Paolo Sorrentino ha appena consacrato all’inossidabile presidente del Consiglio di quegli e dei successi anni, Giulio Andreotti). Tutto ciò non fa bene né all’Italia di oggi, né alla lotta contro il terrorismo di domani, né, infine, alle vittime che nulla hanno da guadagnare, nulla, nel vedersi gettare in pasto, a saldo di ogni conto, dei colpevoli incerti.
Non so se sia questo, in questi termini, a essersi detto il ministro della Giustizia del presidente Lula. Ma credo che la sua decisione sia stata saggia. Credo che sia irragionevole scatenarsi contro un Brasile trasformato (e con quale disprezzo!) in una repubblica delle banane più nota “per le sue ballerine che per i suoi giuristi”. Perché la verità di una vicenda che non sarebbe mai dovuta diventare “l’affare Battisti” è questa: poco importano, in simili casi, le persone; poco importa che queste abbiano bell’aspetto, stampa favorevole, buona reputazione o che ispirino simpatia; i princìpi sono princìpi solo se ad essi non si ammettono eccezioni.
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 19.02.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
Qui non si tratta dell’uomo Cesare Battisti.
Non so se abbia commesso o meno i crimini che gli vengono imputati e che lui nega con ostinazione dall’inizio.
E, più in generale, odio il terrorismo, terrorismo di cui egli si fece propagandista e per il quale io non ammetto, mai, circostanze attenuanti.
Ciò detto, assisto alle reazioni della stampa a seguito dell’asilo politico accordatogli dal ministro brasiliano della Giustizia, Tarso Genro.
Osservo, in Italia, lo strano clima d’isteria a fronte dell'idea di veder fuggire un uomo che abbracciò, come migliaia d’altri, l’imbecille tesi della “lotta armata”, ma di cui si sta facendo -sic- il peggior criminale degli anni di piombo, l’incarnazione del loro orrore, la personificazione del male, il diavolo.
E credo che occorra rammentare, ancora una volta, un certo numero di princìpi, a qualunque costo, e anche se il tutto pare poco importante rispetto alla crisi sociale, alla povertà in aumento o all’esplosione in Guadalupe.
1. L’Italia è, senza dubbio, une grande democrazia. Ma anche alle più incontestabili democrazie accade di nascondere punti d’imperfezione e zone d’ombra. Gli Stati Uniti e la pena di morte… La tortura, in Francia, all’epoca della guerra d’Algeria... L’Inghilterra, minata, per decenni, da una guerra civile irlandese che sembrava non potesse risolversi se non nel sangue e nelle leggi d’eccezione... Ebbene, allo stesso modo l’Italia che, nell’urgenza della lotta al terrorismo degli anni 70, si è dotata di un arsenale legislativo contemplante, in particolare, una legge sui pentiti capace di accordare ad un uomo un'impunità totale o parziale a condizione di scaricarne il peso su qualcun altro. E’ quanto accaduto a Battisti. E’ sulla parola di pentiti (tra i quali il suo capogruppo, il sinistro Pietro Mutti) che Battisti è stato condannato, vent’anni fa, all’ergastolo. E a distanza di tempo, ora che si è usciti dallo stato d’emergenza ed è giunto il momento di curare le ferite, vi è, in questa faccenda, qualcosa di inaccettabile.
2. Tra i punti critici della democrazia italiana, c’è un’altra bizzarria, e si tratta di quella legge sulla contumacia per la quale un imputato, condannato in sua assenza e poi catturato dalla giustizia, si vedrà applicare automaticamente la pena già stabilita senza la possibilità, come avviene in Francia per esempio, di essere giudicato un'altra volta. Battisti, durante quel processo in contumacia, fu rappresentato da un avvocato da egli stesso incaricato durante l’esilio messicano? No, dice giustamente Fred Vargas, che, perizie grafologiche alla mano, ha mostrato ai Brasiliani come esistesse più di un dubbio sull’autenticità di quel mandato. E mai, soprattutto, la difesa di un avvocato potrà sostituire completamente la comparizione davanti a un giudice, faccia a faccia, parola contro parola, di un uomo su cui pesano presunti crimini tanto terribili. Qualsiasi cosa abbia fatto o potuto fare, trent’anni fa, il futuro autore di “Cargo sentimentale”, aveva diritto, pure lui, almeno una volta, di incontrare i propri giudici. Ed è perché quel diritto non gli veniva riconosciuto, è perché il Codice penale italiano stabilisce che, in caso di estradizione, gli toccherebbe direttamente la prigione a vita, che non poteva che apparire giusto accordargli, sebbene il termine suona improprio, anche se può scioccare, lo status di “rifugiato politico”.
3. Non si affronta un problema tanto enorme quanto quello degli anni di piombo italiani fabbricando un mostro, incollando sulla sua schiena la totalità dei crimini dell’organizzazione cui apparteneva, cucendogli sulla pelle l’intero carico dei peccati di un’epoca di cui egli non fu che una pallida comparsa - insomma producendo un capro espiatorio la cui esecuzione giudiziaria darebbe la sensazione di essersela sbrigata, a buon prezzo, col doveroso lavoro della rievocazione e del lutto. Tuttavia ciò è quanto ha fatto Silvio Berlusconi estraendo dal cappello, cinque anni fa, quel nome di Battisti che tutti, o quasi, avevano dimenticato. Ed è ciò che fa quella parte dell’opinione pubblica italiana che preferisce cancellare, accusando il solo Battisti, la terrificante complessità di un’epoca in cui si affrontarono i terrorismi di estrema sinistra e i terrorismi di estrema destra, così come gli intrighi mafiosi di uno Stato che strumentalizzava gli uni e gli altri (si veda il film “Il Divo”, che Paolo Sorrentino ha appena consacrato all’inossidabile presidente del Consiglio di quegli e dei successi anni, Giulio Andreotti). Tutto ciò non fa bene né all’Italia di oggi, né alla lotta contro il terrorismo di domani, né, infine, alle vittime che nulla hanno da guadagnare, nulla, nel vedersi gettare in pasto, a saldo di ogni conto, dei colpevoli incerti.
Non so se sia questo, in questi termini, a essersi detto il ministro della Giustizia del presidente Lula. Ma credo che la sua decisione sia stata saggia. Credo che sia irragionevole scatenarsi contro un Brasile trasformato (e con quale disprezzo!) in una repubblica delle banane più nota “per le sue ballerine che per i suoi giuristi”. Perché la verità di una vicenda che non sarebbe mai dovuta diventare “l’affare Battisti” è questa: poco importano, in simili casi, le persone; poco importa che queste abbiano bell’aspetto, stampa favorevole, buona reputazione o che ispirino simpatia; i princìpi sono princìpi solo se ad essi non si ammettono eccezioni.
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 19.02.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
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I "bloc-notes" su Le Point
mercoledì 18 febbraio 2009
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Vent'anni fa, l'affaire Rushdie
Ricordo tutto come fosse ieri.
In comune la stessa età. E la stessa passione per l’India, così come il privilegio di aver conosciuto, e di averne parlato nei nostri libri, Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir, il vecchio Primo ministro ucciso per impiccagione. Osservo da lontano il percorso di questo contemporaneo quasi perfetto, quando, un giorno di febbraio del 1989, giunge la notizia: l’ayatollah Khomeyni, cui non restano che pochi mesi di vita, ha appena promulgato una fatwa di morte contro l’autore dei “Versetti satanici”.
Come molti altri scrittori la mia reazione è immediata, e si contrappone alle prudenze dei responsabili politici e religiosi del pianeta: solidarietà istintiva, incondizionata, al romanziere. Questo perché sento, tra l’altro, che qualcosa di essenziale sia in gioco lì, sotto i nostri occhi, nel fragoroso furore delle sommosse di Karachi, Delhi o Londra: la vita di un uomo, ovvio; il diritto di un romanziere di poter continuare a dar vita alle proprie finzioni, senza dubbio; ma, anche, uno sconvolgimento di sostanza, profondo, nel paesaggio ideologico contemporaneo.
Venti anni dopo, non ho cambiato parere. Salman è più tranquillo, quasi libero (dico “quasi” perché, sebbene egli abbia l’estrema eleganza di vivere come se niente fosse, una fatwa “sospesa” resta pur sempre una fatwa) – ma non ho di fatto modificato una virgola della mia analisi.
1. La questione dei “Versetti” inaugura una serie di regressioni il cui primo esempio è l’episodio delle caricature di Maometto. Certo, le situazioni sono differenti. Ma s’è trattato del medesimo orrore. La stessa reazione di immobilismo da parte dei grandi giornali che, salvo rare eccezioni, si guardarono bene dal solidarizzare con il loro collega danese vilipeso. E la stessa capitolazione a fronte di gruppi rivendicanti il diritto di sostituire la loro legge privata alle leggi della Reppublica. In Francia, Charlie Hebdo ha salvato l’onore.
2. La questione segna una svolta nell’idea che ci facciamo del principio di tolleranza. Essa tolleranza, fino alla fatwa, era quel principio per il quale la parola della maggioranza salvaguarda il diritto di quella delle minoranze, lasciando loro, nello spazio pubblico, luoghi di espressione. Dopo la fatwa, essa diviene il diritto, per qualunque minoranza, di perseguire proponimenti che sono la negazione dello spirito democratico. Eccola, ad Amsterdam, l’idea secondo cui le opinioni che hanno armato la mano dell’assassino di Theo Van Gogh meritano la stessa tolleranza di quelle, “provocatrici”, del cineasta. Eccola, a Parigi, l’opinione dei funzionari islamisti , “offesi” dall’apostasia di Ayaan Hirsi Ali, ritenuta non meno legittima di quella dell’ex deputato favorevole al diritto, per ognuno, di entrare in una religione e di uscirvi. Ed ecco, ovunque, il concetto di tolleranza brandito come uno stendardo da coloro che intendono mettere sullo stesso piano le culture in cui le donne, per esempio, sono considerate essere umani in tutto e per tutto e quelle in cui esse vengono ridotte allo status di elementi perturbatori di cui bisogna, ad ogni prezzo, nascondere i corpi e i visi. Culturalismo. Differenzialismo e relativismo morale. L’altra eredità dell’affaire Rushdie.
3. L’affaire è il segnale di un’autentica regressione dello spirito dei Lumi. Perché cosa sono i Lumi? Il diritto di credere e di non credere. Il diritto, se non si crede, di fregarsene delle credenze altrui. Questo diritto al blasfemo s’è imposto, non senza difficoltà, sui monoteismi ebreo e cristiano, ma resta criminale presso coloro che, nell’Islam, e successivamente all’affaire Rushdie, urlano: “d’accordo per la libertà d’opinione; d’accordo per il diritto di non credere; ma con moderazione, e a condizione che chi non crede non diffami l’idea di Dio”. Allora, non mi soffermo sulla povera idea che di Dio si fanno coloro che pensano che basti una caricatura a diffamarlo. Passo sul fatto che i veri caricaturisti del Profeta, quelli che l’oltraggiano più scandalosamente, sono coloro che ne fanno la bandiera della loro pulsione di morte. La verità è che un mondo in cui non si ha più diritto di ridere dei dogmi è un mondo immiserito. La verità è che un mondo in cui non si possa più fare fiction di tutto sarebbe un mondo più asservito. Tempi cupi. Oscuramento degli spiriti. Spirito del tempo.
4. Gli ayatollah non sono i primi ad aver voluto bruciare libri e uccidere scrittori? Certo. E tale attacco allo spirito è anche, ogni volta, uno degli indicatori avanzati dell’ingresso nel regno del peggio. Eh sì, appunto. L’affare Rushdie è stato proprio uno di quegli indicatori avanzati. Ha avuto la stessa funzione del rintocco di campane nel mondo antico. Sarebbe rimasto come una delle date, se non la data, indicante la comparsa di quella nuova variante del fascismo che è il fascislamismo. C’è stato l’11 Settembre e i suoi tre rintocchi… La morte di Massoud, all’inizio.. Il martirio di Daniel Pearl, un poco più tardi… Gli omicidi di massa in Algeria, un po’ prima… Ma il primo tempo della sequenza fu –all’improvviso ciò mi appare, retrospettivamente, molto chiaro- la condanna a morte di uno scrittore per offesa alla parola del Corano.
Che strana avventura, per un incantatore di parole, essere pure il nome di una data nera nella storia delle idee!
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 12.02.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
In comune la stessa età. E la stessa passione per l’India, così come il privilegio di aver conosciuto, e di averne parlato nei nostri libri, Zulfikar Ali Bhutto, il padre di Benazir, il vecchio Primo ministro ucciso per impiccagione. Osservo da lontano il percorso di questo contemporaneo quasi perfetto, quando, un giorno di febbraio del 1989, giunge la notizia: l’ayatollah Khomeyni, cui non restano che pochi mesi di vita, ha appena promulgato una fatwa di morte contro l’autore dei “Versetti satanici”.
Come molti altri scrittori la mia reazione è immediata, e si contrappone alle prudenze dei responsabili politici e religiosi del pianeta: solidarietà istintiva, incondizionata, al romanziere. Questo perché sento, tra l’altro, che qualcosa di essenziale sia in gioco lì, sotto i nostri occhi, nel fragoroso furore delle sommosse di Karachi, Delhi o Londra: la vita di un uomo, ovvio; il diritto di un romanziere di poter continuare a dar vita alle proprie finzioni, senza dubbio; ma, anche, uno sconvolgimento di sostanza, profondo, nel paesaggio ideologico contemporaneo.
Venti anni dopo, non ho cambiato parere. Salman è più tranquillo, quasi libero (dico “quasi” perché, sebbene egli abbia l’estrema eleganza di vivere come se niente fosse, una fatwa “sospesa” resta pur sempre una fatwa) – ma non ho di fatto modificato una virgola della mia analisi.
1. La questione dei “Versetti” inaugura una serie di regressioni il cui primo esempio è l’episodio delle caricature di Maometto. Certo, le situazioni sono differenti. Ma s’è trattato del medesimo orrore. La stessa reazione di immobilismo da parte dei grandi giornali che, salvo rare eccezioni, si guardarono bene dal solidarizzare con il loro collega danese vilipeso. E la stessa capitolazione a fronte di gruppi rivendicanti il diritto di sostituire la loro legge privata alle leggi della Reppublica. In Francia, Charlie Hebdo ha salvato l’onore.
2. La questione segna una svolta nell’idea che ci facciamo del principio di tolleranza. Essa tolleranza, fino alla fatwa, era quel principio per il quale la parola della maggioranza salvaguarda il diritto di quella delle minoranze, lasciando loro, nello spazio pubblico, luoghi di espressione. Dopo la fatwa, essa diviene il diritto, per qualunque minoranza, di perseguire proponimenti che sono la negazione dello spirito democratico. Eccola, ad Amsterdam, l’idea secondo cui le opinioni che hanno armato la mano dell’assassino di Theo Van Gogh meritano la stessa tolleranza di quelle, “provocatrici”, del cineasta. Eccola, a Parigi, l’opinione dei funzionari islamisti , “offesi” dall’apostasia di Ayaan Hirsi Ali, ritenuta non meno legittima di quella dell’ex deputato favorevole al diritto, per ognuno, di entrare in una religione e di uscirvi. Ed ecco, ovunque, il concetto di tolleranza brandito come uno stendardo da coloro che intendono mettere sullo stesso piano le culture in cui le donne, per esempio, sono considerate essere umani in tutto e per tutto e quelle in cui esse vengono ridotte allo status di elementi perturbatori di cui bisogna, ad ogni prezzo, nascondere i corpi e i visi. Culturalismo. Differenzialismo e relativismo morale. L’altra eredità dell’affaire Rushdie.
3. L’affaire è il segnale di un’autentica regressione dello spirito dei Lumi. Perché cosa sono i Lumi? Il diritto di credere e di non credere. Il diritto, se non si crede, di fregarsene delle credenze altrui. Questo diritto al blasfemo s’è imposto, non senza difficoltà, sui monoteismi ebreo e cristiano, ma resta criminale presso coloro che, nell’Islam, e successivamente all’affaire Rushdie, urlano: “d’accordo per la libertà d’opinione; d’accordo per il diritto di non credere; ma con moderazione, e a condizione che chi non crede non diffami l’idea di Dio”. Allora, non mi soffermo sulla povera idea che di Dio si fanno coloro che pensano che basti una caricatura a diffamarlo. Passo sul fatto che i veri caricaturisti del Profeta, quelli che l’oltraggiano più scandalosamente, sono coloro che ne fanno la bandiera della loro pulsione di morte. La verità è che un mondo in cui non si ha più diritto di ridere dei dogmi è un mondo immiserito. La verità è che un mondo in cui non si possa più fare fiction di tutto sarebbe un mondo più asservito. Tempi cupi. Oscuramento degli spiriti. Spirito del tempo.
4. Gli ayatollah non sono i primi ad aver voluto bruciare libri e uccidere scrittori? Certo. E tale attacco allo spirito è anche, ogni volta, uno degli indicatori avanzati dell’ingresso nel regno del peggio. Eh sì, appunto. L’affare Rushdie è stato proprio uno di quegli indicatori avanzati. Ha avuto la stessa funzione del rintocco di campane nel mondo antico. Sarebbe rimasto come una delle date, se non la data, indicante la comparsa di quella nuova variante del fascismo che è il fascislamismo. C’è stato l’11 Settembre e i suoi tre rintocchi… La morte di Massoud, all’inizio.. Il martirio di Daniel Pearl, un poco più tardi… Gli omicidi di massa in Algeria, un po’ prima… Ma il primo tempo della sequenza fu –all’improvviso ciò mi appare, retrospettivamente, molto chiaro- la condanna a morte di uno scrittore per offesa alla parola del Corano.
Che strana avventura, per un incantatore di parole, essere pure il nome di una data nera nella storia delle idee!
Bernard-Henri Lévy, Le Point, 12.02.2009
(traduzione di Daniele Sensi)
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