Bernard-Henri Lévy

Contributi al dibattito politico e culturale

Birmania: nel laboratorio della dittatura

La dittatura è sorda: tutti sanno ormai che l’arrivo del ciclone era stato previsto dal servizio meteorologico indiano il giorno precedente e da quello tailandese cinque giorni ancor prima – ed essa non ha voluto intendere.

La dittatura odia il suo popolo – non lo disprezza, lo odia proprio, e tale odio è freddo, totale, micidiale: come spiegare, altrimenti, l’inimmaginabile spettacolo di quei convogli bloccati sulla dogana alla frontiera con la Tailandia? di quegli aerei carichi di viveri e dall’atterraggio interdetto? come spiegare che nel momento in cui ogni ora è vitale, nel momento in cui al trascorrere di ogni minuto diminuiscono le possibilità di ritrovare superstiti tra le rovine dei villaggi sommersi nella zona di Bogalay o di Laputta, non si facciano entrare che col contagocce i viveri, i medicinali, che potrebbero salvarli?

La dittatura è folle – non è solamente crudele, essa è folle, clinicamente folle e, nello specifico, paranoica, ed è questa l’altra chiave di un regime insensato che preferisce lasciar morire il suo popolo piuttosto che aprire anche di poco le sue porte ai "medici senza frontiere": questi folli clinici, questi cretini sono visibilmente, chiaramente, incontestabilmente convinti che gli operatori umanitari siano delle spie, che vogliano entrare nel paese solo per destabilizzarlo e rovinarlo, che i pacchi del Programma alimentare mondiale contengano veleni più mortali di quelli liberati dai corpi in decomposizione che galleggiano nel delta del fiume Irrawaddy.

La dittatura è razzista – dunque la si smetta di presentare la Birmania come un paese postcoloniale la cui paranoia si spiegherebbe dal solo fatto che essa ebbe a subire, un tempo, i miasmi della peste razzista: perché è lei ad essere razzista; è lei che vede il Bianco, l’Occidentale, l’Americano quali nemici naturali e biologici; è lei che, nella più pura tradizione xenofoba e dunque razzista, vede lo straniero come un microbo, un agente corruttore, un virus.

La dittatura è monomaniaca – questo razzismo, questa follia vengono pure, se non innanzitutto, dal fatto che i dittatori non pensano che ai dittatori, al loro avvenire, alla loro sopravvivenza: il paese affonda; 5 000 chilometri quadrati di risaie sono già sott’acqua; i pochi testimoni ci raccontano di acquitrini cosparsi di cadaveri, di falde freatiche putrefatte, di bambini che tremano per la malaria o per la febbre rossa; e quelli non pensano – davvero inaudito!- che alla farsa di un referendum imposto con la verga e dall’unico scopo di rinforzare il loro regime.

La dittatura è autistica, vive sotto vetro, ripiegata su se stessa, avendo fatta propria l’ipotesi brechtiana della scomparsa del popolo che essa presume governare: 20 000 morti? 30 000? 100 000? domani saranno 300 000? di più? la dittatura se ne frega; la dittatura smette di tenere il conto; la dittatura, che non ci si inganni, non si prende nemmeno la briga di mentire davvero, di minimizzare, di barare sui numeri; quei corpi, da vivi, non avevano né viso né davvero un nome; perché dovrebbero averli una volta morti? la dittatura, di fatto, si compiace di una cosa sola: del "naso" avuto dagli astrologi da cui venne convinta, nel novembre del 2005, ad abbandonare Rangoun e a trincerarsi a Naypyidaw, capitale tutta nuova, nel cuore della giungla, lontana dall’acqua e dai tornado.

La dittatura non perde la bussola: folle, d’accordo; paranoica, senza dubbio; ma dai riflessi intatti; una reattività a prova di bomba; una rivolta scoppia, nel pieno del cataclisma, nella prigione di Insein, a Rangoun, e lei reagisce, immediatamente, alla velocità della luce – e quei soldati che a mobilitare in soccorso dei senzatetto non ci pensa proprio, lei li manda a giustiziare, senza indugi, i 36 animatori della rivolta.

La dittatura è mafiosa: all’apice del disastro, quando il Programma alimentare mondiale supplica che si lasci almeno passare un convoglio di biscotti vitaminizzati sufficienti a nutrire 100 000 bambini, lei dice: "OK, perché no?" – ma solo per confiscare la mercanzia e per poi rivenderla, senza dubbio, al mercato nero.

La dittatura è taccagna: i 5 milioni di dollari sbloccati a titolo di aiuto di emergenza corrispondono a un millesimo degli introiti annuali dalla vendita del suo petrolio alle compagnie straniere, tra cui Total – o, se si vuol comparare altrimenti, a un decimo del valore dei doni di matrimonio ricevuti dalla Signorina Shwe, amata figlia del generalissimo presidente Than Shwe.

La dittatura è grottesca infine – sì, come sempre, e malgrado l’orrore, ha qualcosa di profondamente assurdo e grottesco: è, ad ogni modo, ciò che si avverte davanti all’immagine di quell’imbecille coi galloni, e cogli occhiali scuri, declamante, su di un’emittente televisiva il cui segnale più nessuno riceve per mancanza di elettricità, che "la situazione torna alla normalità".

È raro, un laboratorio.

È raro vedere una dittatura funzionare in modo così chimicamente puro.

E di fronte a questo spettacolo, di fronte a questa macchina di morte, di odio e di follia, si esita tra la tristezza, la pena, la voglia di veder quegli assassini trascinati davanti ad un tribunale penale internazionale abilitato a giudicare su simili misfatti – e la nostalgia, pure, del tempo in cui la Francia inventava, e imponeva al mondo, il diritto e il dovere di ingerenza.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 15.5.2008
(traduzione di Daniele Sensi)

Per ricordare Simone de Beauvoir

Occorreva rendere omaggio a Simone de Beauvoir.

A fronte di una posterità che è quel che è, ingiusta e capricciosa, che mischia tutto e il contrario di tutto, che si perde in inutili quisquilie, che ci infligge fino alla nausea le sue figure imposte della commemorazione del Maggio 68, e che poi tratta i morti come se questi non avessero perso niente della loro temibile e viva virulenza (sebbene ciò non sia necessariamente una cattiva cosa), occorreva una celebrazione all’altezza di questo centenario da una nascita che sembra, al momento, lasciarci freddi.

Les Temps modernes, che furono la sua rivista almeno quanto lo furono per Sartre, lo fanno in un numero speciale su iniziativa di Claude Lanzmann e di Liliane Kandell.

E questo numero doppio, questa "Trasmissione Beauvoir", questa collezione di testimonianze, di ricordi non pietosi e di analisi storiche - talvolta davvero fini- , è una delle buone notizie della settimana.

Omaggio alla liberatrice, sicuro, all’emancipatrice del "secondo sesso", all’ispiratrice, in fondo, della sola rivoluzione riuscita del ventesimo secolo.

Omaggio alla donna grazie alla quale tutte le donne sono –ovunque nel mondo, anche sotto il burka o con le catene ai piedi- un po’ più donne, un po’ più libere, un po’ più indipendenti di quanto non sarebbero senza di lei e del suo libro.

Omaggio a colei –come dice uomo, Philippe Val, in uno dei primi testi del numero- che affossa una buona volta, con Freud e prima che tutto il pensiero moderno si appropri del suo gesto, lo spettro di Madame Bovary, le sue isterie, il suo mal di donna, la sua sofferenza, tutte cose che si credevano fondate in natura, eterne.

Omaggio a quel divenir-donna che ha fatto sì –racconta Josyane Savigneau- che tante ragazze della sua specie abbiano, negli anni 60, 70 o persino 80, osato rivoltarsi, pensare, giusto esistere e, in grazia di un altro libro, "Memorie di una ragazza perbene", del quale si tende a dimenticare la prodigiosa insolenza di cui il titolo stesso era carico, trasformare in "destino" la loro "situazione".

Omaggio alla resistente, e sì! nel senso stretto di resistente, nel senso della sola Resistenza che valga e che fu quella della lotta contro i nazisti: sono state scritte tante stupidaggini a proposito, tante calunnie sono circolate ed alcune si sono pure imposte, che è un piacere ora leggere, per mano dell’ultima sopravvissuta, Dominique Desanti, un resoconto dettagliato degli obiettivi, dei metodi, dei rischi corsi da quel gruppo di intellettuali antifascisti –chiamato dapprima "Sotto lo stivale" poi "Socialismo e Libertà"- di cui Sartre e Beauvoir furono l’anima.

Omaggio all’amante, anche, alla donna di charme – omaggio alla donna libera, curiosa delle cose d’amore, appassionata, che chiamava Claude Lanzmann suo "marito" e di cui questi racconta, in un bel testo d’apertura, la grazia nella vita di tutti i giorni.

Bisognerebbe citare tutto di questo numero.

Bisognerebbe mostrare come sia, ogni volta, un cliché che meritatamente si riduce in briciole: il cliché dell’intellettuale d’accordo ma, per favore, non una scrittrice, la sua prosa è così mediocre (si veda il richiamo, di Eliane Lecarme-Tabone, alla dimensione propriamente letteraria del "Secondo sesso"); quello dell’ignorante che sarebbe passata, come il suo compagno, a fianco della psicanalisi e dei suoi avanzi (si vedano le pagine dove Eisabeth Roudinesco mostra come Lacan stesso, nei suoi testi del 1958, non disdegnava di appoggiarsi, sebbene senza dirlo, e non fosse che per contraddirla, alla concezione beauvoiriana della sessualità e del desiderio); quello, come per Sartre, di nuovo, dell’intellettuale che si è sempre sbagliata e che si è gettata capo e piedi nella trappola totalitaria (leggere, assolutamente, il testo di Chahla Chafiq che narra come, a partire dal 1979 in Iran, l’autrice de "L’invitata" prenda atto dell’orrore, in particolare per le donne, di ciò che alcuni allora chiamavano la "rivoluzione spirituale" khomeynista); e poi il cliché, infine, di un’insurrezione femminista irresistibile, necessaria, che si sarebbe prodotta ad ogni modo e di cui lei non avrebbe raccolto che la fiaccola (mentre ciò che appare è, al contrario, la straordinaria solitudine di quella che venne chiamata la "Entesilea di Saint-Germain-des-Prés", l’incomprensione di cui fu oggetto persino tra i ranghi dei partiti detti di sinistra o delle presunte associazioni femministe, insomma, il suo eroismo speculativo...).

Ah, quanto è stata detestata questa donna!

Con quale accanimento si è voluto, ovunque, spegnere la luce della sua scia!

E con quale disinvoltura, nel migliore dei casi, la si è trasformata in non so quale controfigura di un compagno di cui io sarò l’ultimo, ovviamente, a contestare il genio - ma bisogna ridurla, lei, tuttavia, al rango di umile serva di un’avventura a lei superiore?

Beauvoir, qui, in quanto tale.

Beauvoir propriamente detta, e ricondotta alla sua vera dimensione.

Il mondo, al contrario, visto secondo il beau voir , il belvedere, di questa intellettuale a parte restituita all’integrità del suo valore.

Una volte per tutte.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 8.05.2008
(traduzione di Daniele Sensi)

La triste fine di Jimmy Carter

Il problema non è evidentemente se discutere o meno con i Siriani - tutti, chi più chi meno, lo fanno.

Non è di andare ad incontrare , a Damasco, il capo in esilio di Hamas – tutti, Israeliani compresi, finiranno un giorno o l’altro per decidervisi, in virtù di un vecchio principio secondo il quale é con i propri nemici, e non con gli amici, che occorre, alla fin fine, dialogare, fare la pace e mettersi d’accordo.

No.

Il problema è il modo in cui l’ex-presidente Carter si è mosso.

Il problema è il suo inutile e spettacolare abbraccio, a Ramallah, col dignitario di Hamas Nasser Shaer.

Il problema è quel mazzo di fiori pietosamente deposto sulla tomba di un Yasser Arafat che egli sa, come tutti, essere stato un grosso ostacolo alla pace.

Il problema è come abbia potuto qualificare, al Cairo (secondo quanto riferito da un altro responsabile di Hamas, Mahmoud al-Zahar, che non è stato smentito), quale "movimento di liberazione nazionale" un partito, Hamas appunto, che ha fatto del culto della morte, della mitologia del sangue e della razza, dell’antisemitismo versione "Protocollo dei Savi di Sion", i pilastri della sua ideologia.

Il problema, è, ancora, la formidabile beffa fattagli dal capo in esilio del partito, Khaled Meshaal, che proprio mentre lo riceveva faceva esplodere a Karem Shalom un’autobomba, il suo primo grosso attentato da parecchi mesi a questa parte – e il problema è che l’avvenimento non abbia strappato a Carter, tutto preso com’era dai suoi calcoli da mediatore autoproclamato, non una parola di turbamento né di riprovazione.

L’ex-presidente, si dirà, è alle solite.

E non data a ieri la strana deriva di colui che fu, trent’anni fa, uno degli artefici della pace con l’Egitto e che non ha smesso, poi, di offendere Israele, di paragonare il suo sistema politico a quello dell’Africa del Sud all’epoca dell’apartheid, di ignorarne il desiderio di pace non meno reale dei suoi errori, di arrivarne perfino a negare le sofferenze (tra altri esempi, il suo intervento, lo scorso anno, sulla CBS dove dichiarava che Hamas da anni non commetteva più il minimo attentato che sia costato la vita a civili - dimenticando così l’assassinio di sei persone al terminale di Karni e quello, il 30 aprile 2004, di 16 passeggeri di due autobus, a Beersheba).

Una cosa è, tuttavia, parlare alla CBS; un’altra è dire le stesse cose, senza mandato, ma forti di una indiscutibile autorità morale, fianco a fianco coi belligeranti.

Una cosa è dire, a Dublino, il 19 giugno 2007, che i veri criminali non sono quelli che strombazzano come Meshaal che Israele deve, "prima di morire", essere "umiliato e degradato" bensì coloro che preferirebbero vedere questi simpatici personaggi allontanati presto o tardi (e, se possibile, più presto che tardi) dai circoli del potere – un’altra è di venire sul posto ad appoggiare con tutta la sua autorevolezza gli elementi più radicali, più ostili alla pace, più profondamente nichilisti, del campo palestinese.

La verità è che, se si volesse screditare l’altro campo, se si volesse umiliare fino all’ultimo e ridicolizzare il solo alto dirigente palestinese – Mahmoud Abbas- che continua, mettendo a repentaglio la propria vita , a credere nella soluzione dei due Stati, se si volesse, in una parola, distruggere gli ultimi sogni degli uomini e delle donne di buona volontà che credono ancora nella pace, non ci si potrebbe comportare diversamente.

Allora, cosa è successo al vecchio premio Nobel per la pace?

Si tratta della vanità di chi, non essendo più nulla, ricerca, prima di lasciare la scena, un ultimo quarto d’ora di celebrità?

Si tratta della senilità di un uomo politico che ha perso il contatto con la realtà e, tra l’altro , con il suo stesso partito (Barack Obama, più nettamente ancora della sua rivale, ha ricordato che è possibile "sedersi" con i rappresentanti di Hamas solo se prima essi "rinunciano al terrorismo, riconoscono il diritto di Israele ad esistere, e rispettano gli accordi passati")?

Si tratterà di una variante dell’odio di se’ e, nella fattispecie, dell’odio per il proprio passato di grande costruttore di pace?

Tutte le ipotesi sono ammesse.

Già era chiaro che l’ex-presidente Carter avesse un punto comune con il -presto ex- presidente Bush: sono due "born again", due cristiani "nati una seconda volta", con tutto ciò che questa mistica, frequente nelle Chiese evangeliche di oggi, presuppone di oscurantismo.

Un altro evidente punto in comune (che, ahimé, la fine del mandato di George W.Bush non smentirà) era che entrambi resteranno, secondo un ordine che la Storia saprà determinare, come i due peggiori presidenti che gli Stati Uniti abbiano mai conosciuto.

Ebbene, ecco un’altra attitudine che accomuna Carter a Bush, attitudine legata ai precedenti punti in comune e che –il caso Carter insegna, ahimè- sopravvive a lungo all’esercizio del potere (avviso a quelli che pensano di sbarazzarsi definitivamente, tra sei mesi, del presidente in carica!): un’identica capacità di trasformare i propri errori politici in disastrose colpe morali.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 24.04.2008
(traduzione di Daniele Sensi)

E il Darfur?

Amici del Tibet e della causa tibetana, voglio dirvi, ancora una volta, che c’è un altro disastro di cui il potere totalitario cinese è gravemente responsabile: quello del Darfur.

Non che, ben inteso, lo Stato e l’esercito cinese vi siano direttamente implicati.

E non che, come in Tibet, essi siano i soli responsabili di una crisi che non potrebbe protrarsi da così tanto tempo se essa non avesse l’assenso, più o meno silenzioso, dell’insieme delle nazioni (gli Stati Uniti, per esempio, parlano molto ma agiscono poco; la Francia, prima delle elezioni, prometteva ancora di più e ora mantiene ancora di meno; e non è purtroppo colpa dei cinesi se nessuno si decide a consegnare i diciotto elicotteri necessari al dispiegamento della forza d’interposizione, elicotteri reclamati a gran voce dal capo delle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, Jean-Marie Guéhenno).

Ma, ciò detto, la Cina rappresenta il principale sostegno diplomatico al regime assassino di Kartum.

É lei che, da cinque anni, ostacola la sua condanna formale da parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

É lei che lo mantiene in vita acquistando il suo petrolio e servendosi dei suoi porti come punto di accesso alle materie prime di cui essa ha un bisogno vitale e crescente.

É lei che lo arma.

É lei che fornisce a Omar el-Bechir, il suo presidente, gli aerei, i camion, le armi pesanti e leggere che sostengono o equipaggiano le milizie di Janjawids che seminano terrore nel djebel Marra e in altre regioni.

É su di lei, altrimenti detto, che da cinque anni a questa parte si sarebbe dovuto far pressione- ed è su lei che si dovrebbe, più che mai, agire - per arrestare la più orribile distruzione di popolazioni civili cui ci sia dato assistere dalla fine, tre anni fa, della guerra condotta dallo stesso El-Bechir contro gli animisti e i cristiani nel sud del Sudan.

Perché io voglio dire anche agli amici del Tibet e della causa tibetana che si ha a che fare, nel Darfur, con un tipo di carneficina senza confronto, grazie al cielo, con ciò che conosce il Tibet di oggi.

Si uccide in Tibet, naturalmente.

Ed il blocco dell’informazione lì è tale che nessuno è capace di dire quante decine di bonzi, di studenti, di giovani, siano già caduti sotto i proiettili della soldataglia cinese.

Ma in Darfur, ahimè, non si contano i morti né a decine, né a centinaia, e neppure a migliaia o a decine di migliaia.

Ma in Darfur, ahimè, è in massa che si muore, stavo per dire alla rinfusa, su di una scala paragonabile, se proprio si tiene a simili confronti, solo a ciò che conobbe il Tibet, quasi cinquant’anni fa, all’epoca di quelle famose sommosse del 1959 in cui si contarono, secondo le statistiche ufficiali, fino a 80 000 morti.

Ma in Darfur, dunque, i Cinesi determinano, o ispirano, una situazione che ho avuto occasione di testimoniare un anno fa, con un reportage pubblicato prima da Le Monde e poi dalla stampa anglosassone: zone intere del paese ridotte a terra bruciata; centinaia di chilometri in cui si può vagare senza incontrare anima o corpo vivo; riserve di superstiti trattati come bestiame; stupro delle donne e delle bambine eretto a strategia; e, oggi stesso, mentre scrivo queste righe, attacchi aerei che riprendono nella parte occidentale della provincia, mentre almeno 20 000 nuovi sfollati vengono privati di ogni aiuto umanitario nella sola regione del djebel Moon.

Allora lontano da me, evidentemente, l’idea di opporre questo a quello.

E nulla mi è più odioso, l’ho detto più volte e lo ripeto, di quella mania moderna che sono la concorrenza tra le vittime e la competizione delle agonie.

Ma tentiamo di esercitare, almeno, la solidarietà degli scossi.

Estendiamo alla guerra del Darfur l’onda di compassione e di collera che monta di giorno in giorno.

E facciamo almeno in modo che lo slancio di solidarietà che hanno saputo far nascere, con la forza dell’ostinazione della fede, gli amici del Tibet e della causa tibetana, quel bel furore che ne è derivato e che i burocrati ottusi e senza memoria che regnano sulla Cina avevano sotto-stimato, la presa di coscienza, in una parola, dello scandalo che rappresenterebbe, se nulla dovesse cambiare, il fatto stesso dei Giochi olimpici di Pechino, facciamo almeno in modo, dicevo, che tutto ciò concerni anche i martiri dimenticati del Darfur.

Ci sono due condizioni, due, che un democratico degno di questo nome deve assolutamente porre prima di accettare l’idea che si tengano, come se niente fosse, questi nuovi Giochi della vergogna: l’arresto della repressione a Lhasa e l’arresto del bagno di sangue nella provincia darfuriana del Sudan.

Viva il Tibet libero, va bene; ma, per favore, non dimenticate il Darfur.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 17.04.2008
(traduzione di Daniele Sensi)

Boicottaggio, sì. Islam e Islam. Il “Don Giovanni” di Scarpitta

Bene, benissimo, questa mobilitazione in favore dei Tibetani. Ma che ne é della Birmania dove lo stesso genere di soldataglia, appoggiata dallo stesso potere cinese, non ha, che io sappia, deposto le armi e di cui nessuno parla? Che ne è dei diritti dell’uomo all’interno della Cina stessa, questo paese-mondo schiacciato dallo stivale della dittatura, questo impero della miseria e della violenza che, ci veniva detto, i Giochi Olimpici avrebbero avuto il merito di aprire alla democrazia mentre è il contrario, l’esatto contrario, ciò che si sta producendo (caccia agli ultimi poveri, ai clochard, agli irregolari di ogni tipo e ai rari dissidenti - ben capaci, queste carogne, di guastare a Hu Jintao la sua grande parata mondiale)? E cosa ne è, alla fine, del Darfur che sembra, lui, chiaramente uscito dai nostri schermi mentali e dove, mentre scrivo, gli stessi Janjawid, appoggiati dalla stessa aviazione sudanese, essa stessa equipaggiata e benedetta dallo stesso Hu Jintao, stanno portando a termine lo sporco lavoro di purificazione etnica e di terra bruciata cominciato quattro anni fa? Per queste tre ragioni –quattro con il Tibet- era una cattiva idea organizzare questi Giochi in uno dei paesi del mondo dove i valori olimpionici, i suoi ideali di umanesimo e di fratellanza, sono il più sistematicamente traditi. Per queste tre ragioni –quattro con il Tibet- dovremo vergognarci, un giorno, d’aver fatto questo regalo immenso all’ultimo grande Stato totalitario del pianeta. E per queste tre ragioni –quattro con il Tibet- bisogna, checché ne dicano i vigliacchi, fare di tutto perché da un male derivi un bene e perché la minaccia, dico proprio minaccia, del boicottaggio obblighi i Cinesi, su questi quattro teatri, a ravvedersi. Boicottaggio puro? Boicottaggio delle cerimonie? Boicottaggio, da parte degli sportivi, della parte di commedia prevista? Poco importa. Tutto va bene. A condizione, naturalmente, che l’intenzione sia ferma e la minaccia credibile.

Visto, sulla Rete, il famoso "Fitna", quel piccolo film anti-islam realizzato dal deputato di estrema destra olandese Geert Wilders e che si temeva potesse suscitare la collera della comunità musulmana dei Paesi-Bassi. La verità è che questo film non vale niente. E’ volgare e inutile. E la suddetta comunità musulmana ha avuto la saggezza, ed il sangue freddo, di trattarlo come merita – cioè con disprezzo. Ciononostante, tuttavia, esso rende un vero servizio. Perché permette di distinguere, nel dibattito attuale sull’islam, ciò che è privo di valore da ciò che non lo è ; ciò che è volgare da ciò che non lo è affatto; ciò che aiuta a far progressi da ciò che, al contrario, non fa che radicalizzare gli odi e gettare fuoco negli spiriti. Il principio, infondo, è semplice. Se questo film è detestabile è perché, non fosse che per il montaggio che alterna sure coraniche ad immagini splatter, esso designa il Corano, in quanto tale, come fonte della barbarie – tesi completamente idiota e che, oltretutto, non lascia altra scelta che quella dello scontro. Un buon film sull’islam sarebbe quello che, all’inverso, facesse la cernita, nel senso proprio di critica, tra ciò che, all’interno del testo e delle pratiche che si sono istituite dopo di lui, è, in effetti, fonte di violenza e ciò che, al contrario, va in direzione della pace e dell’elevazione delle anime – il tipo di lavoro, né più né meno, che hanno sbrigato nel passato, con il loro proprio testo santo, gli ebrei e i cristiani. Islam moderato contro islam radicale? Islam dei Lumi contro quella caricatura dell’Islam che è l’islam integralista? Eccola, la grande questione di questi tempi. Il solo scontro di civiltà che valga.

Nel registro dei buoni piaceri della settimana –perché ce ne sono, per fortuna!- le prime rappresentazioni, a Montpellier, del "Don Giovanni" messo in scena da Jean-Paul Scarpitta. (...) Altri hanno sottolineato la sobrietà della messa in scena. La sua dimensione strehleriana, nero e bianco, riflessi di riflessi, voci e echi, tombe e oltre-tombe. Al di là delle nuvole – effetti farfalla come davvero solo il teatro può produrne e come infatti se ne producono, in questo caso, ad ogni cambiamento di scena. Ciò che a me ha interessato di più, tuttavia, è l’interpretazione data dal personaggio e dai suoi impulsi. Romantico. Sentimentale. Non più -o non più solo- quel gran signore d’un uomo malvagio che, da Tirso di Molina a Montherlant passando da Baudelaire, Byron, Musset, Pushkin e, naturalmente, Mozart stesso, l’insieme della tradizione concorda nel descrivere e maledire. Questo Don Giovanni qui è sentimentale, direi. Attento alle emozioni degli altri ed alle sue. Sorpreso del turbamento che suscita e che a sua volta prova di rimando. Meno predatore che curioso. Meno cinico che prodigo. Sconvolto, non dal male, ma dal bene che pure lui compie. Libero, evidentemente. Immensamente, disperatamente, libero- fino al "viva la libertà" finale, intonato alle porte dell’inferno.

Bernard-Henri Lévy, Le Point, 3.04.2008
(traduzione di Daniele Sensi)